La mia finestra sul mondo... Le mie attività, la mia vita e tante idee per guadagnare...
domenica 17 febbraio 2013
FESTEGGIAMO I NOSTRI GATTI!!!!
La Festa Nazionale del Gatto ricorre il 17 febbraio ed è nata nel 1990. La giornalista gattofila Claudia Angeletti propose un referendum tra i lettori della rivista "Tuttogatto" per stabilire il giorno da dedicare a questi affascinanti animali spesso bistrattati.
La proposta vincitrice fu quella della signora Oriella Del Col che così motivò la sua idea nel proporre questa data che racchiude molteplici significati:
febbraio è il mese del segno zodiacale dell’Acquario, ossia degli spiriti liberi ed anticonformisti come quelli dei gatti che non amano sentirsi oppressi da troppe regole.
tra i detti popolari febbraio veniva definito “il mese dei gatti e delle streghe” collegando in tal modo gatti e magia
il numero 17, nella nostra tradizione è sempre stato ritenuto un numero portatore di sventura, stessa fama che, in tempi passati, è stata riservata al gatto
la sinistra fama del 17 è determinata dall'anagramma del numero romano che da XVII si trasforma in “VIXI” ovvero “sono vissuto”, di conseguenza “sono morto”. Non così per il gatto che, per leggenda, può affermare di essere vissuto vantando la possibilità di altre vite.
il 17 diventa quindi “1 vita per 7 volte”!
In varie città d'Italia si festeggia questa giornata con iniziative artistiche o di solidarietà a favore di questi animali.
Fonte: http://it.wikipedia.org/wiki/Festa_del_gatto
sabato 16 febbraio 2013
FACCIAMO CHIAREZZA SULLA SITUAZIONE DELLA GRECIA
Il questi giorni, sui social networks, girano articoli molto allarmisti sulla situazione in Grecia. Per quanto molte notizie siano vere, e per quanto sia condivisibile che la troika abbia devastato e messo in ginocchio la nazione ellenica, come d'altronde sta facendo con noi, non si può non notare come le notizie di assalti ai supermercati sembrino essere un tantino esagerate.
Abbiamo fatto delle ricerche che hanno dato esiti inaspettati, contiamo sul tuo aiuto per fare rete e vederci più chiaro.
Allarmati dai toni delle notizie, noi di Coscienzeinrete Magazine ci siamo attivati e messi in contatto con alcuni italiani che vivono in Grecia per capire di più. Il tono delle risposte che abbiamo ottenuto è di preoccupazione per la situazione, ma anche di stupore per la diffusione di alcune notizie che a loro risultano in maniera diversa. Per esempio si parla molto di assalto ai supermercati, ma dalla Grecia ci dicono che la notizia fa riferimento alla decisione degli impiegati di un particolare supermercato di distribuire gratuitamente i prodotti. Un'altra distribuzione gratuita sembra sia stata effettuata da un'associazione di agricoltori impegnati nella protesta contro i prezzi troppo alti del diesel agricolo.
Le persone interpellate ci hanno detto di avere la sensazione che si voglia "aggravare" una situazione che rimane comunque drammatica.
L'articolo sulla situazione greca che un po' tutti i siti hanno ripreso e diffuso è a firma Sergio Di Cori Modigliani, stimato giornalista, i cui articoli vengono spesso ripresi e diffusi anche dalla nostra testata.
Alcuni ci hanno scritto esprimendo perplessità per il fatto di non essere riusciti a trovare conferme sul web di alcune delle affermazioni fatte nel suddetto articolo. Noi però le conferme le abbiamo trovate, sui siti di Reuters e di Amnesty International.
Ecco i links: incidenti alla distribuzione di cibo, la polizia greca cancella i segni della propria brutalità con photoshop, avvertimento di Amnesty International alla UE
Ora, certamente noi non siamo stati in grado di interpellare un numero di persone statisticamente rappresentativo. Per questo motivo, per chiarire meglio la situazione, prego chi avesse contatti in Grecia di farci sapere, se possibile, il loro punto di vista sulla gravità della situazione, scrivendo a redazione@coscienzeinrete.net o commentando sulla nostra pagina Facebook.
Fonte: http://www.coscienzeinrete.net/politica/item/1106-la-grecia-e-a-pezzi-ma-secondo-molti-che-ci-vivono-le-notizie-che-circolano-in-rete-sono-stranamente-esagerate
mercoledì 13 febbraio 2013
E COSI' IL PAPA SI DIMETTE...
Le dimissioni del Papa sono un fatto storico di una enorme importanza. Un Papa è il garante di certi equilibri del potere imperiale-cattolico, un enorme potere mondiale. Se si dimette è perché viene costretto. E’ perché l’equilibrio che lui garantiva è crollato.
L’ultima volta è accaduto con Celestino Quinto, il Papa dei templari che voleva rivoluzionare la Chiesa portandola via da Roma e basandola nuovamente su un cristianesimo profondo. Per passare da un cristianesimo corrotto e di potere – la “ecclesia carnalis” – ad un cristianesimo aperto, pieno di veri valori spirituali sul modello del Cristo: l’ “ecclesia spiritualis”.
La chiesa di potere operò su più livelli per difendersi – facendo ricorso a manovre politiche, assassinii e perfino alla magia nera – per bloccare Celestino Quinto.
E Il manovratore cardinal Caetani lo indusse alle dimissioni nel dicembre del 1296. E poi, diventato Papa Bonifacio VIII, lo fece uccidere con un chiodo piantato nel cranio. La fine di Celestino Quinto e la conseguente fine dei Templari qualche anno dopo, mutarono profondamente la chiesa, facendola diventare solamente chiesa di potere e cancellando la gran parte delle correnti autenticamente spirituali.
E ora cosa succede?
Mai un Papa si è dimesso per motivi di salute. Mai ce ne è stato bisogno. Papa Giovanni Paolo II secondo era ridotto negli ultimi anni in condizioni ben peggiori di Benedetto XVI.
Ma ora una serie di operazioni su tutti i livelli – non solo materiali - è stata condotta per far compiere un ulteriore passo alla Chiesa in una direzione ancora più oscura di quella - sia pure non esaltante – degli ultimi secoli. Ne abbiamo visto lo scorso anno arrivare alla superficie qualcosa quando il gioco dei ricatti incrociati curiali è arrivato nelle stanze del Papa, fino al processo al maggiordomo.
Quel processo è stato chiuso tappando molte bocche… In cambio di cosa? Quali ricatti hanno portato alla situazione attuale? La Chiesa era ancora in parte un ostacolo al raggiungimento del superstato mondiale? Un potere spirituale ancora più oscuro se ne vuole impossessare prima che il movimento del risveglio di coscienza travolga la Chiesa?
Uomini in nero si muovono astutamente nelle strade della capitale del cattolicesimo. Mentre un vortice di esseri oscuri ne avvolge il Cielo.
Fonte: http://coscienzeinrete.net/politica/item/1099-golpe-in-vaticano
venerdì 8 febbraio 2013
LA LIBERTA' DELLA SCELTA TERAPEUTICA
“Dottore, mi è toccato prendere l'antibiotico perché me l'ha detto il dentista, per prevenire un'infezione durante un'otturazione”. “Sa, ho messo la pomata al cortisone, perché era tanto tanto arrossato”. Frasi di questo genere ne sento spesso, anche da pazienti affezionati alla medicina antroposofica da lunga data. Prescindiamo dal fatto che molte di queste terapie sono “tanto tanto” inutili o dannose (perfino secondo la medicina ufficiale), o comunque inadatte; vorrei trattare in questa sede di chi e come sceglie ogni terapia, e di cosa significa scegliere.
Oggi le possibilità diagnostiche e terapeutiche sono veramente numerose e ampie: viene quasi un senso di ebbrezza di fronte a quanto possiamo capire e agire di fronte a parecchie patologie, che fino a pochi decenni fa dovevano di necessità essere soltanto sopportate. Questo ci dà una sensazione di libertà e di potere, ma forse si tratta più di potere che di libertà. Infatti, oltre ad avere comunque limiti e difetti (che non vorrei trattare in questa sede), queste grandi possibilità tendono a diventare obbligo, paradossalmente simile alla situazione antica in cui di fronte alla malattia si era costretti all'unica scarna possibilità di cura (se pure c'era) e comunque ad aspettare con proverbiale pazienza; si diceva ad esempio: essere costretti al letto. Diventano obbligo, dicevo, per un motivo “filosofico” (epistemologico), perché nella valutazione di esami diagnostici e terapie ci si vuole basare sulla statistica, oltre che sull'abitudine, svalutando la percezione individuale, l'intuizione, l'istinto, il semplice buon senso. Oggi, in ogni indagine, clinica in questo caso, si vuole escludere al massimo l'elemento singolo, soggettivo, considerandolo arbitrario, inaffidabile, fortemente sospetto. Vogliamo grandi numeri per dare valore scientifico ad un'affermazione; esaltiamo l'elemento contabile dei fatti. La cosa ha la sua validità nella misura in cui gli oggetti dell'indagine si possono contare, e dunque sono identici, intercambiabili, non hanno caratteristiche individuali. Così vale piuttosto bene per particelle fisiche, per le molecole in chimica, magari per le gocce d'acqua; ma vale molto meno salendo nella scala degli esseri viventi, per raggiungere diciamo pure una validità bassa per quanto riguarda l'uomo. Consideriamo ben efficace un farmaco che funziona nel 70 % dei casi; ma ci meraviglieremmo non poco se statisticamente tre mele su dieci invece di cadere sulla saggia testa di Newton se ne andassero a spasso per il cielo. Questo chiaramente perché i fattori che influenzano ogni fenomeno che riguarda un uomo, come sappiamo, sono tanti, proprio tanti: dalla sua costituzione fisica, animica, spirituale, fino all'ambiente in cui ha la sua esistenza (possiamo dire l'universo...) e alla sua biografia nel senso più ampio.
Ciononostante in medicina si tiene sempre più conto dei risultati statistici delle indagini, cioè si guarda all'uomo come se fosse una particella, identica a tutte quelle della sua specie. Perciò le indagini, eseguite nel famoso “doppio cieco”, cioè con pazienti ed esecutori all'oscuro di cosa stanno facendo (se usano farmaco o placebo inerte, ad esempio), vanno per la maggiore, e i relativi risultati diventano sempre più un obbligo di comportamento per pazienti e sanitari. Cosa ne è della libertà (oltre che dell'etica)? Si applicano le linee guida, i protocolli diagnostici e terapeutici, vale a dire che ogni caso viene automaticamente inserito in una categoria, e che per quella categoria gli esami e le terapie da effettuare sono prestabiliti; che il medico, l'infermiere, ecc. diventano tecnici esecutori con margine decisionale sempre più ridotto. L'essere umano con nome e cognome diventa “un diabete”, “quell'infarto del letto tale”, e gli vengono praticati quegli atti medici che “nella maggior parte dei casi” risulterebbero i migliori. Estremizzando: già solo guardare in faccia questo uomo trasformato in paziente potrebbe disturbare l'esito tecnico, inserendo elementi emotivi e individuali non desiderabili. Gli elementi soggettivi vengono tollerati, direi quasi solo per pietà, ma non hanno alcun legame con la logica del susseguirsi delle azioni mediche. Paradossalmente anche un uomo massimamente crudele, o una macchina, potrebbe funzionare come terapeuta, purché ubbidisca ai protocolli.
Su questa via di pensiero concedetemi la barzelletta del signore che si fa visitare dal suo medico, il quale afferma: “Guarirete certamente!”. Il paziente ribatte: “Ma come potete esserne così sicuro?”. E il medico:”E' matematico: nel suo caso se ne salva uno su cento, e me ne sono già morti 99!”.
Voci in contrasto con questo clima gelido e meccanicistico ci sono, anche se per ora costituiscono una minoranza, una nicchia. Cito ad esempio i rigorosi ed equilibrati studi di Kiene (1).
Se usciamo da questo freddo ambito scientifico riduzionistico, da cui l'elemento umano è totalmente sganciato, e consideriamo l'ambito giuridico, vediamo che qui l'atmosfera è più variegata. Da un lato le leggi sono sempre più numerose (sono tante in generale, ma qui le vediamo in ambito medico) e quindi prescrivono come comportarsi sempre più nei particolari, restringendo dunque i margini di libertà; dall'altro però sono presenti alcune “prescrizioni di libertà”. Appare emblematico l'articolo 32 della Costituzione della Repubblica italiana: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in alcun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Non mi dilungo in dissertazioni giuridiche, poiché non sono qualificato per questo; noto solo che questo approccio invita a maturare la libertà di scelta e che basterebbe applicarlo per affrontare bene e apertamente il problema.
Ribadisco che vorrei cercare di prescindere il più possibile, anche se ciò non è facile, dal giudizio sulla singola scelta: che sia, o sia considerata, migliore o peggiore, più giusta o sbagliata, dipende a sua volta da molti fattori, soggettivi se non addirittura arbitrari, che lascerei sullo sfondo della nostra scena.
Nel nono capitolo de “La filosofia della libertà” Rudolf Steiner (2) descrive i vari motivi che sono alla base dei comportamenti umani, e noi possiamo riprenderli e applicarli alla scelta terapeutica, combinando tale elemento di pensiero col volere portato a tutta prima dall'istinto e col sentire delle emozioni correlate.
Si parte da una motivazione dettata da egoismo semplice e capriccioso: cerco il mio vantaggio immediato, anche a costo di danneggiare il prossimo; in ogni scelta il ragionamento (pensiero) tende a essere servo dell'impulsività (volontà, irrazionale), e la libertà è solo apparente, in quanto ubbidisco appunto all'istinto, come prigioniero, con coscienza in stato di sonno. Beninteso che, tra gli istinti, centrale è qui quello di sopravvivenza che ha ovviamente una sua funzione rispettabilissima. Esempio di efficacia pura di tale istinto è quando si allontana velocemente il dito che si è scottato. Il ragionamento cosciente segue il gesto riflesso e non può che confermarne la bontà, a posteriori.
In ambito terapeutico possiamo accostarvi le scelte obbligate: o dettate dall'urgenza e gravità, da “pronto soccorso”, spesso totalmente giustificate e efficaci, compiute da me, o anche da altri con più o meno completa mia passività, fino al caso estremo dello stato di coma; però anche scelte in cui mi adeguo in modo acritico a “ordini” altrui, col fine di solito correlato che il sintomo scompaia immediatamente. Dico il sintomo, più che malattia, in quanto qui, anche in assenza di gravità o urgenza, l'attenzione di paziente e medico tende a essere catturata dall'aspetto superficialmente visibile e immediato della situazione. Chi comanda qui di solito, dietro al ragionamento un po' infantile, è quella sorta di paura del male (sentire), mista a senso di onnipotenza rivendicativa, per cui pretendo che sia stroncato, eradicato, annientato all'istante, possibilmente senza fatica, con minimo sforzo e senza mutare per nulla le mie comode abitudini. Qui vi è la convinzione o meglio il forte desiderio sottinteso che il karma non esista , che non vi siano conseguenze ulteriori per ogni atto compiuto e per ogni sintomo scomparso, che la partita sia chiusa ora e per sempre. Quanto cortisone per far sparire innocui e fugaci arrossamenti! Quanti antibiotici per situazioni di infezione virale, in cui la stessa medicina ufficiale ne sconsiglia l'uso! Quanti costosi esami scaramantici tanto frettolosi quanto inutili!
Un seconda possibilità è di ubbidire a una regola, presa come legge, o meglio a una dottrina, a una scuola che diventa l'autorità; così pure seguire un medico o comunque un curatore verso cui si sviluppa il sentimento forte della fiducia, che può arrivare ad essere cieca. Tende a prevalere il sentire emotivo sull'istinto, con corrispondente coscienza sognante. E' il mondo dei piccoli dépliant o grandi prontuari, comunque adatti a curare “tutto”, con una logica forse coerente, ma soprattutto fideistica, dove gli elementi sperimentali eventuali soggiacciono a un clima di fede: così si fa la scelta “giusta”, comprovata, inappellabile; e non cambia la sostanza se si segue la dottrina scientifica ufficiale o una totalmente “eretica”, o addirittura se la corrente di pensiero seguita è quella del non curarsi per nulla! Prevale l'elemento della continuità; l'obbedienza resta totale e immutata, spesso indipendentemente dal fatto se si hanno ottimi o pessimi risultati... Oppure sorgono contraddizioni e conflitti se sono in campo più persone o scuole di pensiero, in quanto è difficile ubbidire a più padroni: prendo l'antibiotico perché me l'ha ordinato lo specialista, ma poi l'omeopata mi sgrida; o viceversa: come posso curarmi antroposoficamente se il medico mutualista non è d'accordo? In questi casi è come se adorassi una dea che può essere spietata fino a richiedere sacrifici umani. E per servire fino in fondo quella precisa dea mia padrona sono disposto a contrappormi perfino violentemente a chi adora un'altra dea-dottrina, oppure vado in crisi e non so più scegliere (in realtà non ho scelto nemmeno prima). Più ubbidisco ciecamente e meno è presente un atto di decisione mia, di scelta desta. Se mi comporto “come fanno tutti”, è perché considero totalità quella che è solo forse una maggioranza in una data epoca, e dicendo “è normale” celo il fatto che seguo una “norma” tra le tante possibili.
Come elemento che può anche essere positivo, sono disposto a rinunciare a un qualche benessere immediato per guadagnare guarigione più generale e profonda in seguito, in qualche modo promessa o lasciata intendere dai miei luminari. E per ubbidire a chi mi porta tale dottrina posso anche ridimensionare il mio egocentrismo, e cogliere quegli elementi morali sociali presenti in essa, o anche nella legge giuridica vigente: accetterò di comportarmi in modo da non contagiare altri con la mia malattia infettiva, o di rinviare un trapianto per non dover provocare la morte di chi mi dona l'organo, per citare solo due esempi eclatanti.
La terza possibilità è scegliere io stesso la mia dottrina per curarmi; speciale in quanto scelta da me stesso, per me solo, tra quelle esistenti, o addirittura ideata da me stesso. In questo caso l'elemento individuale compare con energia, ma mi trovo limitato nella mia libertà dall'obbligo di assecondare la dottrina che ho comunque scelto. Notiamo che il tema della scelta terapeutica è tra quelli che muove più direttamente l'egoismo, in quanto è forte la spinta a voler cessare di soffrire; il resto del mondo viene dopo, a una bella distanza... In altri ambiti forse ci si può concedere più facilmente comportamenti morali più rispettosi del prossimo. Infatti anche in questo terzo caso il motivo è sempre egoistico, talvolta più ancora, ma con una base concettuale più importante e ampia. La mia decisione diventa ricca di discorsi esplicativi sul perché della decisione stessa e della scelta di quella particolare corrente curativa. Non chiedo al terapeuta di ubbidirgli, ma piuttosto che mi ubbidisca lui! So io cosa è giusto, non lui. La coscienza è desta e attenta, pronta a cogliere lacune, errori e incoerenze, proprie o soprattutto altrui. Sono finalmente convinto della mia decisione e uso ampiamente il pensiero logico; ed effettivamente la terapia può essere più aderente alle necessità e meno routinaria. Salvo che dietro al pensiero che spadroneggia rispuntino paure, ansie e dubbi mal sottomessi, anche importanti, che forse mi possono spingere ad esasperare l'attenzione in modo ossessivo, perennemente insoddisfatto, che vuole più “capire” che guarire. Vi sono pazienti che mi dicono:”Vorrei capire il mio disturbo...”, a cui rispondo che mi accontenterei di guarire, rinunciando a capire!
Ma possiamo andare oltre, seguendo “Filosofia della libertà” come pratica, tra l'altro con l'aiuto dei sei esercizi fondamentali (3). Vedo che il pur prezioso pensiero logico può gradualmente emanciparsi e fecondarsi con la pura intuizione; riesco a vedermi “da fuori” del corpo fisico, proprio mentre scopro le motivazioni che mi muovono più dall'intimo, non più dipendenti dalla contingenza esterna; e così in ambito terapeutico vedo che il concetto di cura a poco a poco si metamorfosa, che non solo mi interessa meno il sintomo apparente, ma nemmeno cerco più la guarigione solo fisica, con semplice scomparsa dei sintomi: cerco una guarigione in senso ampio, che sia anche un passo sulla strada della vita. Qui compare più fortemente l'elemento morale, e la mia via di guarigione, non solo non passa per un danno diretto ad altri, ma nemmeno per un sottrarre risorse che potrebbero servire alla salute generale, o per un allontanare il male da me caricandolo sul prossimo. La mia cura non solo tiene conto, ma addirittura implica sempre più la cura di chi mi circonda, dell'ambiente e della Terra. La salute cui aspiro diventa anche sociale, come peraltro afferma anche la definizione di salute dell'O.M.S., che io trovo moderna ed evoluta, purtroppo ancora non sufficientemente messa in pratica (4).
A questo punto posso osservare con spregiudicatezza la mia scelta terapeutica, che comincia ad essere, in parte almeno, veramente più libera, e serenamente notare, e per così dire “concedermi”, quanto in essa vi è sicuramente ancora di istintivo, emotivo, razionale; o anche voluto, sentito, pensato; quanto ho seguito il capriccio del momento, quanto una regola stabilita, quanto una scelta cosciente personale; quanto pretendo il benessere come piovuto dal cielo e quanto lo costruisco tramite sforzo per migliorare me stesso. Distinguo pure quanto vi è di conseguente e coerente (col rischio che si riveli abitudinario e rigido) da quanto vi è di nuovo, creativo e curioso (a rischio superficialità immatura, come chi salta da un terapeuta all'altro pasticciando tante terapie). E infine quanto ho dormito, sognato e quanto sono stato desto nella mia scelta, e quanto ho ampliato la coscienza a un livello tale che mi permetta di dominare istinti, paure, ansie e panico, eccesso di orgoglio o sottomissione, fiducia cieca o diffidenza sospettosa, senso di onnipotenza o di scoraggiamento, forza o debolezza. E facendo questo riesco ad apprezzare qualità e pregi di ogni scelta, pure coi suoi limiti, e sono soddisfatto profondamente notando almeno qualche elemento di mia coscienza, che almeno un po' domino (ad esempio) paure e abitudini, che “fin qui ora ci sono arrivato”. Ad esempio: me la sento questa volta di non prendere l'antibiotico, per istinto, perché me l'ha detto la tale persona, ecc.?
Scelgo il medico e il percorso diagnostico e terapeutico in modo che possa crearsi un alleanza medico-paziente: il medico, con la sua competenza, chiarisce la situazione e presenta le opportunità con vantaggi e svantaggi, segue e incoraggia l'evoluzione dello scegliere, consiglia con rispetto e comprensione per il paziente; e quest'ultimo decide, cioè sceglie, in un clima stimolante di forte volontà di guarire (agire, ma senza accanimento) e di accoglimento del karma della malattia (intenso “subire”, ma senza passività)(5). Non puntando alla scelta giusta in assoluto, astratta, ma a quella più adatta e possibile in quel momento Allora può crearsi una risposta alla domanda terapeutica come espressione di un pensare puro, compenetrato di volontà (e riscaldato dal sentire), che si tradurrà in una scelta “giusta” in senso superiore, unica, in realtà geniale, utile probabilmente per stare meglio ora , ma pure sicuramente necessaria per guarire in senso più ampio da una malattia che si è rivelata esperienza arricchente, che però ormai è superfluo ripetere in futuro, essendoci emancipati da essa e potendo così procedere oltre nella via biografica, similmente a una tappa superata nello studio scolastico. Questo può valere per un disturbo lieve e fugace, quanto per una malattia grave, lunga, e perfino per l'incontro col forte dolore e con la morte (6).
Da questa visuale “dall'alto” è chiaro come il prendere l'antibiotico o meno, utilizzare il medicamento naturale, o antroposofico, o altro, forse sopportare un po' di dolore ovvero optare per un intervento chirurgico, risulta solo un piccolo particolare nell'ampiezza della scelta per il proprio destino. Trovo più importante che si proceda nella maturazione complessiva della coscienza, dal che discenderanno ottime scelte, piuttosto che ubbidire a una regola terapeutica fosse pure antroposofica, che io prediligo, ma accolta ciecamente come dogma. Queste scelte mature potranno sembrare, osservate superficialmente, simili alle scelte istintive d'impulso, ma a un esame più attento si nota come la possibile immediatezza della scelta libera proviene da un livello assai più profondo che comprende e supera, non ignora né esclude tutte le tappe di coscienza descritte più sopra e le facoltà umane riassumibili nel pensare, sentire, volere. Ciò è piuttosto accostabile ad una creazione artistica.
Vediamo come siamo lontani dall'oggettività che prescinde da noi stessi, di cui parlavo più sopra; siamo invece perfettamente aderenti alla realtà nella sua molteplicità oggettiva mentre partecipiamo e ci coinvolgiamo pienamente col nostro soggetto, secondo l'approccio scientifico goethiano. Qui, pur essendo un po' “scienziati” di noi stessi, spunta una sorta di gratitudine per la vita che ci ha portato le esperienze, pure difficili e dolorose, che hanno reso possibile muovere passi su questo lungo percorso.
Notiamo anche che quanto detto può valere altrettanto per altri ambiti nella nostra vita, per esempio la scelta di come alimentarsi, vestirsi, abitare, lavorare, coltivare rapporti sociali e affettivi, interessi e così via; in pratica per ogni campo della nostra esistenza, ritornando così a quanto esposto compiutamente in modo generale in “Filosofia della libertà”.
A mio parere un terreno di incontro e approfondimento su questo tema è l'Associazione italiana pazienti di medicina antroposofica (AIPMA), a cui ci si può rivolgere se interessati (7).
Note:
(1) Helmut Kiene, molte pubblicazioni prevalentemente in tedesco o inglese; in italiano è uscito: Medicina complementare e medicina accademica, IPSA editore, 1999
(2) Rudolf Steiner, La filosofia della libertà, Editrice antroposofica.
(3) Rudolf Steiner, Athys Floride, I sei esercizi fondamentali, Editrice antroposofica.
(1) La definizione di salute recita: “Non solo assenza di malattia, ma stato di completo benessere fisico, psicologico e sociale.”
(2) Cito ad esempio, a questo proposito, il movimento etico “io non costringo, curo” (non di matrice antroposofica), presente su internet.
(3) Interessante il concetto di autonomia biologica, nell'articolo di Carmelo Samonà: Considerazioni sull'eutanasia, Rivista Antroposofia, n.1, gennaio-febbraio 2007, pag.7.
(4) AIPMA, presente su internet e al n.3401005091.
Fonte: http://www.rudolfsteiner.it/articoli.html
Oggi le possibilità diagnostiche e terapeutiche sono veramente numerose e ampie: viene quasi un senso di ebbrezza di fronte a quanto possiamo capire e agire di fronte a parecchie patologie, che fino a pochi decenni fa dovevano di necessità essere soltanto sopportate. Questo ci dà una sensazione di libertà e di potere, ma forse si tratta più di potere che di libertà. Infatti, oltre ad avere comunque limiti e difetti (che non vorrei trattare in questa sede), queste grandi possibilità tendono a diventare obbligo, paradossalmente simile alla situazione antica in cui di fronte alla malattia si era costretti all'unica scarna possibilità di cura (se pure c'era) e comunque ad aspettare con proverbiale pazienza; si diceva ad esempio: essere costretti al letto. Diventano obbligo, dicevo, per un motivo “filosofico” (epistemologico), perché nella valutazione di esami diagnostici e terapie ci si vuole basare sulla statistica, oltre che sull'abitudine, svalutando la percezione individuale, l'intuizione, l'istinto, il semplice buon senso. Oggi, in ogni indagine, clinica in questo caso, si vuole escludere al massimo l'elemento singolo, soggettivo, considerandolo arbitrario, inaffidabile, fortemente sospetto. Vogliamo grandi numeri per dare valore scientifico ad un'affermazione; esaltiamo l'elemento contabile dei fatti. La cosa ha la sua validità nella misura in cui gli oggetti dell'indagine si possono contare, e dunque sono identici, intercambiabili, non hanno caratteristiche individuali. Così vale piuttosto bene per particelle fisiche, per le molecole in chimica, magari per le gocce d'acqua; ma vale molto meno salendo nella scala degli esseri viventi, per raggiungere diciamo pure una validità bassa per quanto riguarda l'uomo. Consideriamo ben efficace un farmaco che funziona nel 70 % dei casi; ma ci meraviglieremmo non poco se statisticamente tre mele su dieci invece di cadere sulla saggia testa di Newton se ne andassero a spasso per il cielo. Questo chiaramente perché i fattori che influenzano ogni fenomeno che riguarda un uomo, come sappiamo, sono tanti, proprio tanti: dalla sua costituzione fisica, animica, spirituale, fino all'ambiente in cui ha la sua esistenza (possiamo dire l'universo...) e alla sua biografia nel senso più ampio.
Ciononostante in medicina si tiene sempre più conto dei risultati statistici delle indagini, cioè si guarda all'uomo come se fosse una particella, identica a tutte quelle della sua specie. Perciò le indagini, eseguite nel famoso “doppio cieco”, cioè con pazienti ed esecutori all'oscuro di cosa stanno facendo (se usano farmaco o placebo inerte, ad esempio), vanno per la maggiore, e i relativi risultati diventano sempre più un obbligo di comportamento per pazienti e sanitari. Cosa ne è della libertà (oltre che dell'etica)? Si applicano le linee guida, i protocolli diagnostici e terapeutici, vale a dire che ogni caso viene automaticamente inserito in una categoria, e che per quella categoria gli esami e le terapie da effettuare sono prestabiliti; che il medico, l'infermiere, ecc. diventano tecnici esecutori con margine decisionale sempre più ridotto. L'essere umano con nome e cognome diventa “un diabete”, “quell'infarto del letto tale”, e gli vengono praticati quegli atti medici che “nella maggior parte dei casi” risulterebbero i migliori. Estremizzando: già solo guardare in faccia questo uomo trasformato in paziente potrebbe disturbare l'esito tecnico, inserendo elementi emotivi e individuali non desiderabili. Gli elementi soggettivi vengono tollerati, direi quasi solo per pietà, ma non hanno alcun legame con la logica del susseguirsi delle azioni mediche. Paradossalmente anche un uomo massimamente crudele, o una macchina, potrebbe funzionare come terapeuta, purché ubbidisca ai protocolli.
Su questa via di pensiero concedetemi la barzelletta del signore che si fa visitare dal suo medico, il quale afferma: “Guarirete certamente!”. Il paziente ribatte: “Ma come potete esserne così sicuro?”. E il medico:”E' matematico: nel suo caso se ne salva uno su cento, e me ne sono già morti 99!”.
Voci in contrasto con questo clima gelido e meccanicistico ci sono, anche se per ora costituiscono una minoranza, una nicchia. Cito ad esempio i rigorosi ed equilibrati studi di Kiene (1).
Se usciamo da questo freddo ambito scientifico riduzionistico, da cui l'elemento umano è totalmente sganciato, e consideriamo l'ambito giuridico, vediamo che qui l'atmosfera è più variegata. Da un lato le leggi sono sempre più numerose (sono tante in generale, ma qui le vediamo in ambito medico) e quindi prescrivono come comportarsi sempre più nei particolari, restringendo dunque i margini di libertà; dall'altro però sono presenti alcune “prescrizioni di libertà”. Appare emblematico l'articolo 32 della Costituzione della Repubblica italiana: “Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge. La legge non può in alcun caso violare i limiti imposti dal rispetto della persona umana”. Non mi dilungo in dissertazioni giuridiche, poiché non sono qualificato per questo; noto solo che questo approccio invita a maturare la libertà di scelta e che basterebbe applicarlo per affrontare bene e apertamente il problema.
Ribadisco che vorrei cercare di prescindere il più possibile, anche se ciò non è facile, dal giudizio sulla singola scelta: che sia, o sia considerata, migliore o peggiore, più giusta o sbagliata, dipende a sua volta da molti fattori, soggettivi se non addirittura arbitrari, che lascerei sullo sfondo della nostra scena.
Nel nono capitolo de “La filosofia della libertà” Rudolf Steiner (2) descrive i vari motivi che sono alla base dei comportamenti umani, e noi possiamo riprenderli e applicarli alla scelta terapeutica, combinando tale elemento di pensiero col volere portato a tutta prima dall'istinto e col sentire delle emozioni correlate.
Si parte da una motivazione dettata da egoismo semplice e capriccioso: cerco il mio vantaggio immediato, anche a costo di danneggiare il prossimo; in ogni scelta il ragionamento (pensiero) tende a essere servo dell'impulsività (volontà, irrazionale), e la libertà è solo apparente, in quanto ubbidisco appunto all'istinto, come prigioniero, con coscienza in stato di sonno. Beninteso che, tra gli istinti, centrale è qui quello di sopravvivenza che ha ovviamente una sua funzione rispettabilissima. Esempio di efficacia pura di tale istinto è quando si allontana velocemente il dito che si è scottato. Il ragionamento cosciente segue il gesto riflesso e non può che confermarne la bontà, a posteriori.
In ambito terapeutico possiamo accostarvi le scelte obbligate: o dettate dall'urgenza e gravità, da “pronto soccorso”, spesso totalmente giustificate e efficaci, compiute da me, o anche da altri con più o meno completa mia passività, fino al caso estremo dello stato di coma; però anche scelte in cui mi adeguo in modo acritico a “ordini” altrui, col fine di solito correlato che il sintomo scompaia immediatamente. Dico il sintomo, più che malattia, in quanto qui, anche in assenza di gravità o urgenza, l'attenzione di paziente e medico tende a essere catturata dall'aspetto superficialmente visibile e immediato della situazione. Chi comanda qui di solito, dietro al ragionamento un po' infantile, è quella sorta di paura del male (sentire), mista a senso di onnipotenza rivendicativa, per cui pretendo che sia stroncato, eradicato, annientato all'istante, possibilmente senza fatica, con minimo sforzo e senza mutare per nulla le mie comode abitudini. Qui vi è la convinzione o meglio il forte desiderio sottinteso che il karma non esista , che non vi siano conseguenze ulteriori per ogni atto compiuto e per ogni sintomo scomparso, che la partita sia chiusa ora e per sempre. Quanto cortisone per far sparire innocui e fugaci arrossamenti! Quanti antibiotici per situazioni di infezione virale, in cui la stessa medicina ufficiale ne sconsiglia l'uso! Quanti costosi esami scaramantici tanto frettolosi quanto inutili!
Un seconda possibilità è di ubbidire a una regola, presa come legge, o meglio a una dottrina, a una scuola che diventa l'autorità; così pure seguire un medico o comunque un curatore verso cui si sviluppa il sentimento forte della fiducia, che può arrivare ad essere cieca. Tende a prevalere il sentire emotivo sull'istinto, con corrispondente coscienza sognante. E' il mondo dei piccoli dépliant o grandi prontuari, comunque adatti a curare “tutto”, con una logica forse coerente, ma soprattutto fideistica, dove gli elementi sperimentali eventuali soggiacciono a un clima di fede: così si fa la scelta “giusta”, comprovata, inappellabile; e non cambia la sostanza se si segue la dottrina scientifica ufficiale o una totalmente “eretica”, o addirittura se la corrente di pensiero seguita è quella del non curarsi per nulla! Prevale l'elemento della continuità; l'obbedienza resta totale e immutata, spesso indipendentemente dal fatto se si hanno ottimi o pessimi risultati... Oppure sorgono contraddizioni e conflitti se sono in campo più persone o scuole di pensiero, in quanto è difficile ubbidire a più padroni: prendo l'antibiotico perché me l'ha ordinato lo specialista, ma poi l'omeopata mi sgrida; o viceversa: come posso curarmi antroposoficamente se il medico mutualista non è d'accordo? In questi casi è come se adorassi una dea che può essere spietata fino a richiedere sacrifici umani. E per servire fino in fondo quella precisa dea mia padrona sono disposto a contrappormi perfino violentemente a chi adora un'altra dea-dottrina, oppure vado in crisi e non so più scegliere (in realtà non ho scelto nemmeno prima). Più ubbidisco ciecamente e meno è presente un atto di decisione mia, di scelta desta. Se mi comporto “come fanno tutti”, è perché considero totalità quella che è solo forse una maggioranza in una data epoca, e dicendo “è normale” celo il fatto che seguo una “norma” tra le tante possibili.
Come elemento che può anche essere positivo, sono disposto a rinunciare a un qualche benessere immediato per guadagnare guarigione più generale e profonda in seguito, in qualche modo promessa o lasciata intendere dai miei luminari. E per ubbidire a chi mi porta tale dottrina posso anche ridimensionare il mio egocentrismo, e cogliere quegli elementi morali sociali presenti in essa, o anche nella legge giuridica vigente: accetterò di comportarmi in modo da non contagiare altri con la mia malattia infettiva, o di rinviare un trapianto per non dover provocare la morte di chi mi dona l'organo, per citare solo due esempi eclatanti.
La terza possibilità è scegliere io stesso la mia dottrina per curarmi; speciale in quanto scelta da me stesso, per me solo, tra quelle esistenti, o addirittura ideata da me stesso. In questo caso l'elemento individuale compare con energia, ma mi trovo limitato nella mia libertà dall'obbligo di assecondare la dottrina che ho comunque scelto. Notiamo che il tema della scelta terapeutica è tra quelli che muove più direttamente l'egoismo, in quanto è forte la spinta a voler cessare di soffrire; il resto del mondo viene dopo, a una bella distanza... In altri ambiti forse ci si può concedere più facilmente comportamenti morali più rispettosi del prossimo. Infatti anche in questo terzo caso il motivo è sempre egoistico, talvolta più ancora, ma con una base concettuale più importante e ampia. La mia decisione diventa ricca di discorsi esplicativi sul perché della decisione stessa e della scelta di quella particolare corrente curativa. Non chiedo al terapeuta di ubbidirgli, ma piuttosto che mi ubbidisca lui! So io cosa è giusto, non lui. La coscienza è desta e attenta, pronta a cogliere lacune, errori e incoerenze, proprie o soprattutto altrui. Sono finalmente convinto della mia decisione e uso ampiamente il pensiero logico; ed effettivamente la terapia può essere più aderente alle necessità e meno routinaria. Salvo che dietro al pensiero che spadroneggia rispuntino paure, ansie e dubbi mal sottomessi, anche importanti, che forse mi possono spingere ad esasperare l'attenzione in modo ossessivo, perennemente insoddisfatto, che vuole più “capire” che guarire. Vi sono pazienti che mi dicono:”Vorrei capire il mio disturbo...”, a cui rispondo che mi accontenterei di guarire, rinunciando a capire!
Ma possiamo andare oltre, seguendo “Filosofia della libertà” come pratica, tra l'altro con l'aiuto dei sei esercizi fondamentali (3). Vedo che il pur prezioso pensiero logico può gradualmente emanciparsi e fecondarsi con la pura intuizione; riesco a vedermi “da fuori” del corpo fisico, proprio mentre scopro le motivazioni che mi muovono più dall'intimo, non più dipendenti dalla contingenza esterna; e così in ambito terapeutico vedo che il concetto di cura a poco a poco si metamorfosa, che non solo mi interessa meno il sintomo apparente, ma nemmeno cerco più la guarigione solo fisica, con semplice scomparsa dei sintomi: cerco una guarigione in senso ampio, che sia anche un passo sulla strada della vita. Qui compare più fortemente l'elemento morale, e la mia via di guarigione, non solo non passa per un danno diretto ad altri, ma nemmeno per un sottrarre risorse che potrebbero servire alla salute generale, o per un allontanare il male da me caricandolo sul prossimo. La mia cura non solo tiene conto, ma addirittura implica sempre più la cura di chi mi circonda, dell'ambiente e della Terra. La salute cui aspiro diventa anche sociale, come peraltro afferma anche la definizione di salute dell'O.M.S., che io trovo moderna ed evoluta, purtroppo ancora non sufficientemente messa in pratica (4).
A questo punto posso osservare con spregiudicatezza la mia scelta terapeutica, che comincia ad essere, in parte almeno, veramente più libera, e serenamente notare, e per così dire “concedermi”, quanto in essa vi è sicuramente ancora di istintivo, emotivo, razionale; o anche voluto, sentito, pensato; quanto ho seguito il capriccio del momento, quanto una regola stabilita, quanto una scelta cosciente personale; quanto pretendo il benessere come piovuto dal cielo e quanto lo costruisco tramite sforzo per migliorare me stesso. Distinguo pure quanto vi è di conseguente e coerente (col rischio che si riveli abitudinario e rigido) da quanto vi è di nuovo, creativo e curioso (a rischio superficialità immatura, come chi salta da un terapeuta all'altro pasticciando tante terapie). E infine quanto ho dormito, sognato e quanto sono stato desto nella mia scelta, e quanto ho ampliato la coscienza a un livello tale che mi permetta di dominare istinti, paure, ansie e panico, eccesso di orgoglio o sottomissione, fiducia cieca o diffidenza sospettosa, senso di onnipotenza o di scoraggiamento, forza o debolezza. E facendo questo riesco ad apprezzare qualità e pregi di ogni scelta, pure coi suoi limiti, e sono soddisfatto profondamente notando almeno qualche elemento di mia coscienza, che almeno un po' domino (ad esempio) paure e abitudini, che “fin qui ora ci sono arrivato”. Ad esempio: me la sento questa volta di non prendere l'antibiotico, per istinto, perché me l'ha detto la tale persona, ecc.?
Scelgo il medico e il percorso diagnostico e terapeutico in modo che possa crearsi un alleanza medico-paziente: il medico, con la sua competenza, chiarisce la situazione e presenta le opportunità con vantaggi e svantaggi, segue e incoraggia l'evoluzione dello scegliere, consiglia con rispetto e comprensione per il paziente; e quest'ultimo decide, cioè sceglie, in un clima stimolante di forte volontà di guarire (agire, ma senza accanimento) e di accoglimento del karma della malattia (intenso “subire”, ma senza passività)(5). Non puntando alla scelta giusta in assoluto, astratta, ma a quella più adatta e possibile in quel momento Allora può crearsi una risposta alla domanda terapeutica come espressione di un pensare puro, compenetrato di volontà (e riscaldato dal sentire), che si tradurrà in una scelta “giusta” in senso superiore, unica, in realtà geniale, utile probabilmente per stare meglio ora , ma pure sicuramente necessaria per guarire in senso più ampio da una malattia che si è rivelata esperienza arricchente, che però ormai è superfluo ripetere in futuro, essendoci emancipati da essa e potendo così procedere oltre nella via biografica, similmente a una tappa superata nello studio scolastico. Questo può valere per un disturbo lieve e fugace, quanto per una malattia grave, lunga, e perfino per l'incontro col forte dolore e con la morte (6).
Da questa visuale “dall'alto” è chiaro come il prendere l'antibiotico o meno, utilizzare il medicamento naturale, o antroposofico, o altro, forse sopportare un po' di dolore ovvero optare per un intervento chirurgico, risulta solo un piccolo particolare nell'ampiezza della scelta per il proprio destino. Trovo più importante che si proceda nella maturazione complessiva della coscienza, dal che discenderanno ottime scelte, piuttosto che ubbidire a una regola terapeutica fosse pure antroposofica, che io prediligo, ma accolta ciecamente come dogma. Queste scelte mature potranno sembrare, osservate superficialmente, simili alle scelte istintive d'impulso, ma a un esame più attento si nota come la possibile immediatezza della scelta libera proviene da un livello assai più profondo che comprende e supera, non ignora né esclude tutte le tappe di coscienza descritte più sopra e le facoltà umane riassumibili nel pensare, sentire, volere. Ciò è piuttosto accostabile ad una creazione artistica.
Vediamo come siamo lontani dall'oggettività che prescinde da noi stessi, di cui parlavo più sopra; siamo invece perfettamente aderenti alla realtà nella sua molteplicità oggettiva mentre partecipiamo e ci coinvolgiamo pienamente col nostro soggetto, secondo l'approccio scientifico goethiano. Qui, pur essendo un po' “scienziati” di noi stessi, spunta una sorta di gratitudine per la vita che ci ha portato le esperienze, pure difficili e dolorose, che hanno reso possibile muovere passi su questo lungo percorso.
Notiamo anche che quanto detto può valere altrettanto per altri ambiti nella nostra vita, per esempio la scelta di come alimentarsi, vestirsi, abitare, lavorare, coltivare rapporti sociali e affettivi, interessi e così via; in pratica per ogni campo della nostra esistenza, ritornando così a quanto esposto compiutamente in modo generale in “Filosofia della libertà”.
A mio parere un terreno di incontro e approfondimento su questo tema è l'Associazione italiana pazienti di medicina antroposofica (AIPMA), a cui ci si può rivolgere se interessati (7).
Note:
(1) Helmut Kiene, molte pubblicazioni prevalentemente in tedesco o inglese; in italiano è uscito: Medicina complementare e medicina accademica, IPSA editore, 1999
(2) Rudolf Steiner, La filosofia della libertà, Editrice antroposofica.
(3) Rudolf Steiner, Athys Floride, I sei esercizi fondamentali, Editrice antroposofica.
(1) La definizione di salute recita: “Non solo assenza di malattia, ma stato di completo benessere fisico, psicologico e sociale.”
(2) Cito ad esempio, a questo proposito, il movimento etico “io non costringo, curo” (non di matrice antroposofica), presente su internet.
(3) Interessante il concetto di autonomia biologica, nell'articolo di Carmelo Samonà: Considerazioni sull'eutanasia, Rivista Antroposofia, n.1, gennaio-febbraio 2007, pag.7.
(4) AIPMA, presente su internet e al n.3401005091.
Fonte: http://www.rudolfsteiner.it/articoli.html
sabato 2 febbraio 2013
IMPARIAMO DALL'ISLANDA
«Dobbiamo lasciare che le banche falliscano, non possiamo essere i responsabili delle malversazioni dei privati».Queste le parole del presidente Ragnar Grímsson al World economic forum di Davos, dritte nel cuore di una piaga che affligge tutto il mondo e che da noi si è manifesta con la vicenda del Monte Paschi: le demenziali normative che impongono agli stati di intervenire col denaro pubblico per coprire in tutto o in parte le perdite di aziende di credito private, anzi privatissime. L'Islanda è reduce da una vittoria davanti alla corte dell'Efta (European free trade agreement): non dovrà pagare tutto il debito fatto dalle sue banche, ma solo la parte già sborsata che corrisponde alla garanzia in essere al momento del crack di Landsbanki. Non si tratta dunque di un ripudio del debito come molti scrivono, ma certamente di una resistenza che alla fine ha salvato l'isola dal dover pagare una cifra che l'avrebbe distrutta economicamente.
Dunque le parole di Grimsson hanno un peso tutto speciale dentro la messa di rito finanziario che viene celebrata sulle Alpi svizzere e sembrano annunciare un giro di boa rispetto a meccanismi che si sono creati nel tempo, non solo ingiusti, ma anche perversi perché deresponsabilizzano le banche e le inducono alla speculazione più selvaggia. E deresponsabilizzano anche i correntisti e i clienti che non sono coinvolti nel rischio della scelta di un istituto di credito piuttosto che un altro. Anche questo è un meccanismo della speculazione che si autoalimenta e del potere finanziario che bestemmia il dio mercato quando occorre.
La cosa curiosa è che dopo averci appestato per decenni con l'esaltazione dell'iniziativa privata, dell'impresa, del mercato, del rischio, scopriamo – sulla nostra pelle in modo diretto, ma soprattutto indiretto – che nel cuore della società liberista esiste un porto franco dove tutto questo è valido finché va tutto bene, finché la spremitura riesce a sostenere la speculazione, ma che viene improvvisamente negato quando i pasticci vengono a galla. A quel punto l'inefficiente Stato sfruttato e deriso, da ridurre in ogni caso ai minimi termini, diventa il garante universale, il salvagente, il soggetto che moralmente e politicamente ha il dovere di salvare dalla rovina tanti cittadini. Dico che è una cosa curiosa perché da una parte si vorrebbe ridurre lo stato in quanto garante della cittadinanza e dell'idea di diritto opposta a quella di mercato, per poi riesumarlo quando il privato fallisce.
E' del tutto evidente che questa situazione di fatto, questo assetto incoerente con le stesse teorie economiche nelle quali si abbevera, non è che l'effetto di una pressione politica esercitata negli anni dai poteri finanziari e che si è tradotta in leggi corrive, in accordi internazionali, in normative e prassi tutte favorevoli alla speculazione e a quel profitto illimitato che pochissime persone possono ricavare da una simile condizione di privilegio e di irresponsabilità. E' ora che il pubblico torni ad essere il motore attorno a cui si organizzano anche i rapporti finanziari, cominciando col negare reti di protezione e paracadute che tutti i cittadini devono pagare. E' davvero assurdo che uno si debba assicurare per avere una pensione o l'assistenza sanitaria, ma non pensi nemmeno di assicurarsi come correntista e cliente di una banca: quasi che il welfare si sia ridotto ad essere di supporto alle attività speculative private.
Tutto questo finora è stato possibile grazie alla progressiva subalternità della politica ai poteri economici grazie alle generose mance distribuite e soprattutto alla perdita di idee e di partecipazione che hanno coinvolto le società del mondo sviluppato, sempre più a responsabilità limitata. Se volessimo guardare bene dentro il pasticcio del Monte dei Paschi di Siena, scopriremmo che non era il Pd a guidare la banca, ma la banca a guidare il Pd e a indurlo a non contestare, cambiare, elaborare evoluzioni di uno status quo enormemente favorevole ai poteri economici e alle loro logiche. Per questo la rivolta dell'Islanda, ancorché non sia stata una rottura radicale con "il sistema" del liberismo reale, è l'inizio di un cambiamento, il segnale che il pendolo sta invertendo la sua direzione. E non a caso il giro di boa prende le mosse da un piccolo Paese dove fare comunità non è difficile come altrove dove le persone sono state "atomizzate". Anche questo è qualcosa di cui fare tesoro.
Fonte: http://www.coscienzeinrete.net/economia/item/1071-dallislanda-comincia-la-riscossa-contro-la-servitu-bancaria
domenica 27 gennaio 2013
BAMBINI INDACO
da un articolo tratto dalla Rivista Kairòs
Fin dalla culla ci osservano con occhi intensi e concentrati; niente a che vedere con il consueto sguardo "acquoso" e sognante dei neonati. Il loro è uno sguardo acuto e consapevole, serio, a volte severo, da adulto. E’ lo sguardo di chi "sa". Più avanti, quando sono in grado di parlare, anticipano quel chestiamo per dire, ci leggono letteralmente nel pensiero. La nostra interiorità è, per loro, del tutto trasparente. A tre, quattro anni, ci regalano perle di saggezza, aprono per noi finestre su quel mondo spirituale che per loro è tanto reale quanto per noi il mondo fisico che ci circonda. A sette, otto anni ci danno lezioni di morale, rifuggono le bugie e le piccole ipocrisie di noi adulti, smascherano le non verità che a volte mettiamo avanti anche con buone intenzioni, smontano le nostre complesse dinamiche psicologiche con poche, semplici parole che ci lasciano senza fiato. Sono pieni non solo di sapienza ma anche di compassione verso ogni creatura della Terra. Sono i Bambini delle Stelle, gli Star Children o Indigo Children (perché, a quanto pare, la loro aura è color indaco), sono quei bambini che a migliaia si stanno incarnando - secondo alcuni fin dagli anni Sessanta - per portare soccorso a questo nostro pianeta agonizzante e che, non riconosciuti o accolti da genitori e insegnanti inadeguati a coglierne le straordinarie caratteristiche e gli speciali talenti, spesso finiscono ad ingrossare le statistiche dei bambini e degli adolescenti disadattati. I genitori e gli insegnanti ricorrono ai medici che diagnosticano una sindrome da iperattività o "Sindrome da deficit di attenzione" (ADS) e prescrivono psicofarmaci come il Ritalin per ridurne l’irrequietezza. Il fatto è che questi bambini speciali sono talmente dotati da annoiarsi nel sistema scolastico tradizionale. Nel loro libro "The Indigo Children" (1999), Lee Carroll e Jan Tober descrivono il "bambino Indigo" come un essere dotato "di un patrimonio nuovo e fuori dal comune di caratteristiche che rivelano un modello di comportamento senza precedenti".
Bambini che fanno la loro comparsa in qualsiasi paese del mondo e nelle culture più diverse (Nkosi Johnson, il piccolo sudafricano malato di Aids che si batté fino alla morte per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale su questa piaga, e Iqbal Masih, ucciso a meno di 13 anni per aver denunciato davanti al mondo il dramma dei bambini schiavi, hanno tutte le caratteristiche per essere considerati Star Children (1)). Secondo Carroll e Tober, il fenomeno non ha ancora ricevuto attenzione mondiale per il semplice fatto che è troppo difficile da incanalare nei paradigmi psicologici tradizionali che considerano l’essere umano e l’umanità nel suo insieme come un modello statico e non in evoluzione. "In generale - scrivono - la nostra cultura tende a credere nell’evoluzione ma solo riferendola al passato. Il pensiero che potremmo assistere al lento arrivo sul pianeta - che si manifesta in questi bambini - di una nuova coscienza umana va al di là delle possibilità di questo pensiero conservatore". Nel suo recente libro "The World’s Star Children are under Attack" ("I bambini delle stelle di tutto il mondo sono sotto attacco", 2002) James Donahue parla del fenomeno di "bambini con speciali doni psichici e una conoscenza spirituale subconscia che nascono da genitori ‘normali’ e vengono istruiti da insegnanti del nostro tempo che non li comprendono". Sono considerati anormali perché rifiutano di accettare gli standard educativi tradizionali o anche di obbedire all’autorità dei genitori o del maestro in quanto possiedono una conoscenza e una saggezza antiche che vanno ben al di là dei limiti degli adulti con cui hanno a che fare. In un saggio su quelli che chiama i "Crystalline Children", un altro autore americano, Keth Luke, osserva che "questi bambini sono altamente intuitivi. Vedono tutto e percepiscono tutto in un’unità. Non pensano in modo lineare ma per così dire olograficamente". Secondo Georg Kühlewind, antroposofo di origine ungherese, tra i primi ad occuparsi del fenomeno (e di cui pubblichiamo a seguire un’intervista) (2), i "bambini delle stelle", che possiedono prima di tutto una stupefacente maturità, portano con sé un potente impulso spirituale e sono insoddisfatti del mondo degli adulti che trovano nascendo. Dispongono di un surplus di energia vitale e spirituale, doti che, invece di essere riconosciute, valorizzate e accompagnate da una pedagogia adeguata, vengono sbrigativamente interpretate come sintomi di disturbi più o meno gravi e "curate" con psicoterapie premature o, come dicevamo, con farmaci che tendono a "normalizzare" questi bambini. Non riconosciuti dunque dagli adulti cui sono stati affidati e che non sanno come comportarsi con loro, i "bambini delle stelle" possono allora diventare davvero "bambini difficili" e, crescendo, arrivare addirittura ad essere tossicomani o criminali. Nel suo libro, Kühlewind sottolinea come la pedagogia Waldorf sia la più adatta a trattare con questi bambini e di come sia richiesto all’adulto un profondo lavoro su di sé per avvicinarsi ai "bambini delle stelle" con un atteggiamento pieno di rispetto e di veridicità. Il fatto che il fenomeno sia relativamente nuovo e ancora poco discusso porta con sé alcuni rischi che è bene sottolineare. Per esempio quello, diffuso negli Stati Uniti, di ricondurre il fenomeno in parametri di tipo New Age, con conseguenti interpretazioni a volte estreme: bambini rapiti e istruiti dagli alieni, bambini venuti a introdurre "cambiamenti genetici e biologici" nel genere umano, "esseri che portano con sé la vibrazione che armonizzerà il mondo e l’Uno", etc. O l’altro, diffuso anche in ambienti antroposofici, di considerare "bambino delle stelle" qualsiasi bambino che presenti difficoltà di comportamento o di apprendimento. Sebbene, dunque, ancora poco studiati, sebbene, fortunatamente, non ancora caduti nelle grinfie dei mass media, i "bambini delle stelle" comunque sono ormai in mezzo a noi. Perché stiano arrivando a migliaia e come dobbiamo porci di fronte ai loro talenti, alla loro sapienza, al loro sguardo, alle loro problematiche sono le domande e le sfide che noi adulti, genitori, insegnanti, terapeuti, dobbiamo seriamente porci per non disattendere le loro aspettative e per aiutarli ad adempiere il loro misterioso compito sulla Terra.
(1) – V. Kairós n. 29, settembre-ottobre 2001.
(2) – Il suo libro "I bambini delle stelle" è stato pubblicato lo scorso anno in Germania ed è ora disponibile anche in francese, Editions Triades, Parigi 2002.
articolo tratto da Kairos
Libri consigliati:
I Bambini Indaco. Una nuova evoluzione della razza umana
Manuale per Genitori dei Bambini Indaco
Fonte: http://www.rudolfsteiner.it/articoli.html
Fin dalla culla ci osservano con occhi intensi e concentrati; niente a che vedere con il consueto sguardo "acquoso" e sognante dei neonati. Il loro è uno sguardo acuto e consapevole, serio, a volte severo, da adulto. E’ lo sguardo di chi "sa". Più avanti, quando sono in grado di parlare, anticipano quel chestiamo per dire, ci leggono letteralmente nel pensiero. La nostra interiorità è, per loro, del tutto trasparente. A tre, quattro anni, ci regalano perle di saggezza, aprono per noi finestre su quel mondo spirituale che per loro è tanto reale quanto per noi il mondo fisico che ci circonda. A sette, otto anni ci danno lezioni di morale, rifuggono le bugie e le piccole ipocrisie di noi adulti, smascherano le non verità che a volte mettiamo avanti anche con buone intenzioni, smontano le nostre complesse dinamiche psicologiche con poche, semplici parole che ci lasciano senza fiato. Sono pieni non solo di sapienza ma anche di compassione verso ogni creatura della Terra. Sono i Bambini delle Stelle, gli Star Children o Indigo Children (perché, a quanto pare, la loro aura è color indaco), sono quei bambini che a migliaia si stanno incarnando - secondo alcuni fin dagli anni Sessanta - per portare soccorso a questo nostro pianeta agonizzante e che, non riconosciuti o accolti da genitori e insegnanti inadeguati a coglierne le straordinarie caratteristiche e gli speciali talenti, spesso finiscono ad ingrossare le statistiche dei bambini e degli adolescenti disadattati. I genitori e gli insegnanti ricorrono ai medici che diagnosticano una sindrome da iperattività o "Sindrome da deficit di attenzione" (ADS) e prescrivono psicofarmaci come il Ritalin per ridurne l’irrequietezza. Il fatto è che questi bambini speciali sono talmente dotati da annoiarsi nel sistema scolastico tradizionale. Nel loro libro "The Indigo Children" (1999), Lee Carroll e Jan Tober descrivono il "bambino Indigo" come un essere dotato "di un patrimonio nuovo e fuori dal comune di caratteristiche che rivelano un modello di comportamento senza precedenti".
Bambini che fanno la loro comparsa in qualsiasi paese del mondo e nelle culture più diverse (Nkosi Johnson, il piccolo sudafricano malato di Aids che si batté fino alla morte per sensibilizzare l’opinione pubblica mondiale su questa piaga, e Iqbal Masih, ucciso a meno di 13 anni per aver denunciato davanti al mondo il dramma dei bambini schiavi, hanno tutte le caratteristiche per essere considerati Star Children (1)). Secondo Carroll e Tober, il fenomeno non ha ancora ricevuto attenzione mondiale per il semplice fatto che è troppo difficile da incanalare nei paradigmi psicologici tradizionali che considerano l’essere umano e l’umanità nel suo insieme come un modello statico e non in evoluzione. "In generale - scrivono - la nostra cultura tende a credere nell’evoluzione ma solo riferendola al passato. Il pensiero che potremmo assistere al lento arrivo sul pianeta - che si manifesta in questi bambini - di una nuova coscienza umana va al di là delle possibilità di questo pensiero conservatore". Nel suo recente libro "The World’s Star Children are under Attack" ("I bambini delle stelle di tutto il mondo sono sotto attacco", 2002) James Donahue parla del fenomeno di "bambini con speciali doni psichici e una conoscenza spirituale subconscia che nascono da genitori ‘normali’ e vengono istruiti da insegnanti del nostro tempo che non li comprendono". Sono considerati anormali perché rifiutano di accettare gli standard educativi tradizionali o anche di obbedire all’autorità dei genitori o del maestro in quanto possiedono una conoscenza e una saggezza antiche che vanno ben al di là dei limiti degli adulti con cui hanno a che fare. In un saggio su quelli che chiama i "Crystalline Children", un altro autore americano, Keth Luke, osserva che "questi bambini sono altamente intuitivi. Vedono tutto e percepiscono tutto in un’unità. Non pensano in modo lineare ma per così dire olograficamente". Secondo Georg Kühlewind, antroposofo di origine ungherese, tra i primi ad occuparsi del fenomeno (e di cui pubblichiamo a seguire un’intervista) (2), i "bambini delle stelle", che possiedono prima di tutto una stupefacente maturità, portano con sé un potente impulso spirituale e sono insoddisfatti del mondo degli adulti che trovano nascendo. Dispongono di un surplus di energia vitale e spirituale, doti che, invece di essere riconosciute, valorizzate e accompagnate da una pedagogia adeguata, vengono sbrigativamente interpretate come sintomi di disturbi più o meno gravi e "curate" con psicoterapie premature o, come dicevamo, con farmaci che tendono a "normalizzare" questi bambini. Non riconosciuti dunque dagli adulti cui sono stati affidati e che non sanno come comportarsi con loro, i "bambini delle stelle" possono allora diventare davvero "bambini difficili" e, crescendo, arrivare addirittura ad essere tossicomani o criminali. Nel suo libro, Kühlewind sottolinea come la pedagogia Waldorf sia la più adatta a trattare con questi bambini e di come sia richiesto all’adulto un profondo lavoro su di sé per avvicinarsi ai "bambini delle stelle" con un atteggiamento pieno di rispetto e di veridicità. Il fatto che il fenomeno sia relativamente nuovo e ancora poco discusso porta con sé alcuni rischi che è bene sottolineare. Per esempio quello, diffuso negli Stati Uniti, di ricondurre il fenomeno in parametri di tipo New Age, con conseguenti interpretazioni a volte estreme: bambini rapiti e istruiti dagli alieni, bambini venuti a introdurre "cambiamenti genetici e biologici" nel genere umano, "esseri che portano con sé la vibrazione che armonizzerà il mondo e l’Uno", etc. O l’altro, diffuso anche in ambienti antroposofici, di considerare "bambino delle stelle" qualsiasi bambino che presenti difficoltà di comportamento o di apprendimento. Sebbene, dunque, ancora poco studiati, sebbene, fortunatamente, non ancora caduti nelle grinfie dei mass media, i "bambini delle stelle" comunque sono ormai in mezzo a noi. Perché stiano arrivando a migliaia e come dobbiamo porci di fronte ai loro talenti, alla loro sapienza, al loro sguardo, alle loro problematiche sono le domande e le sfide che noi adulti, genitori, insegnanti, terapeuti, dobbiamo seriamente porci per non disattendere le loro aspettative e per aiutarli ad adempiere il loro misterioso compito sulla Terra.
(1) – V. Kairós n. 29, settembre-ottobre 2001.
(2) – Il suo libro "I bambini delle stelle" è stato pubblicato lo scorso anno in Germania ed è ora disponibile anche in francese, Editions Triades, Parigi 2002.
articolo tratto da Kairos
Libri consigliati:
I Bambini Indaco. Una nuova evoluzione della razza umana
Manuale per Genitori dei Bambini Indaco
Fonte: http://www.rudolfsteiner.it/articoli.html
domenica 13 gennaio 2013
ECCO PERCHE' EVITARE IL MEDICO IN 10 PUNTI
DI JOSEPH MERCOLA
lewrockwell.com
In breve
• La maggioranza delle visite mediche finisce col fornire “soluzioni” farmacologiche e chirurgiche che risolvono solamente i vostri sintomi ma spesso causano effetti collaterali e problemi.
• Esempi di quando fareste meglio ad evitare il vostro medico sono screening come le mammografie e i test del PSA, condizioni di salute come colesterolo alto, influenza e raffreddore e necessità di consigli nutrizionali.
• In definitiva, più prendete seriamente la vostra salute – nel senso di coltivare il vostro corpo alla prevenzione delle malattie – meno avrete bisogno di contare sul “disservizio” sanitario che negli Stati Uniti viene fatto passare come servizio sanitario (1).
Ho iniziato molto tempo fa a dire che la miglior strategia per stare in salute inizi con l’evitare di andare dal medico. Perché? Perché in molti casi semplicemente lascereste il suo ufficio con una o due prescrizioni, che raramente risolverebbero il vostro problema di salute. La maggior parte delle visite mediche finisce con il prescrivere “soluzioni” che si limitano a sopprimere i sintomi, spesso causando però effetti collaterali e altri problemi.
Invece che consigliare i pazienti riguardo alle vere condizioni sottostanti alle loro malattie e alle soluzioni reali che li potrebbero guarire, spesso [i medici] si limitano a mettere un cerotto tossico su una ferita spalancata.
Come mostrato nello slideshow (2), e dettagliato nel testo sotto, ci sono davvero molte ragioni per evitare il vostro medico e che potrebbero essere la scelta migliore per la vostra salute…
1. Il pap test annuale
Molti medici consigliano ancora alle donne di fare un pap test su base annuale, ma le linee guida più recenti della task force americana per i servizi preventivi sono chiaramente contro questa pratica. Le nuove raccomandazioni consigliano alle donne di fare un pap test solo una volta ogni tre anni, dall’età di 21 anni fino a circa 65.
Quando la frequenza di pap test è superiore, o si comincia a farlo prima dei 21 anni, aumenta la probabilità di riscontrare il papilloma virus (HPV) e le lesioni associate. Se il medico riscontra tali lesioni crederà che siano precancerose e le tratterà di conseguenza. La realtà è che la maggior parte delle infezioni da HPV e le lesioni intraepiteliali associate guariscono da sole senza bisogno di interventi mentre il trattamento in sé può dare incompetenza della cervice e/o aborti spontanei in futuro. Dato che la maggior parte dei casi di HPV guarisce da sola, questo è il tipico caso in cui la cura può fare più male che bene.
Detto questo, il pap test (un controllo per il cancro della cervice uterina tipicamente associato ad HPV) è uno dei migliori strumenti per prevenire le morti da cancro alla cervice uterina – ma farne uno l’anno è molto probabilmente inutile.
I dati dimostrano come fare uno screening più frequente che ogni tre anni non porta a riscontrare più tumori. Le donne che non sono state esposte ad HPV non sono a rischio di cancro alla cervice. Inoltre, anche se siete state esposte, e l’infezione non si risolve da sola (cosa non comune) ci possono volere fino a dieci anni prima di progredire alla fase cancerosa. I cancri alla cervice crescono molto lentamente, ed è questo il motivo per cui pap test meno frequenti sono comunque efficaci.
Ignorando le nuove linee guida per il pap test, la maggior parte dei medici continua a consigliare pap test annuali alle loro pazienti, soprattutto perché sono (insieme alle loro pazienti) abituati a farlo. Alcuni medici temono inoltre che le pazienti non tornino da loro per gli esami annuali e gli altri screening se non si vedessero prescritto il pap test.
Sembra abbastanza chiaro però che la revisione delle linee guida per il pap test sia parte di un piano per salvare le vendite del vaccino Gardasil (HPV), al momento incredibilmente basse. Il vaccino anti HPV è fortemente pubblicizzato e molto costoso, ma è stato un flop: solo il 27% delle donne l’hanno accettato e continuano ad arrivare notizie di seri effetti collaterali.
2. Mammografie
Solo per circa una donna su otto il cui cancro alla mammella è stato identificato durante una mammografia di routine è vero che questo screening ha salvato la vita, stima una recente analisi (3). Usando i dati sul cancro alla mammella del National Cancer Institute e del Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie, i ricercatori hanno calcolato la probabilità per una donna di 50 anni di sviluppare la neoplasia in dieci anni, la probabilità che questa venisse scoperta dalla mammografia e il rischio per la paziente di morire entro vent’anni per la patologia.
Il risultato è che la mammografia ha, nel migliore dei casi, solo il 13% di probabilità di salvarle la vita e che questo valore in realtà potrebbe essere anche solo del 3%. Indipendentemente dal tipo di analisi utilizzata, compreso il considerare donne di età diversa: la probabilità della mammografia di salvare una vita è sempre sotto il 25%. I ricercatori concludono:
“La maggior parte delle donne con un cancro alla mammella evidenziato dalla mammografia non hanno avuto la vita salvata da questo. Sono solo state diagnosticate precocemente (senza effetti sulla loro mortalità) o semplicemente diagnosticate in eccesso”.
Riassumendo:
Le mammografie spesso diagnosticano lesioni o tumori che potrebbero non minacciare mai la vita di una donna. Spesso portano poi a falsi positivi che conducono a trattamenti in eccesso; le donne con diagnosi errata spesso si sottopongono a mastectomie, nodulectomie, radioterapie e chemioterapie inutili che possono avere effetti devastanti sia sulla qualità che sulla durata della loro vita. Oltre a questo, la mammografia utilizza radiazioni ionizzati, che di loro possono indurre o contribuire allo sviluppo di cancro alla mammella.
3. Raffreddore ed influenza
Pensate sia saggio andare da un medico per questo? Ripensateci. Grazie alla routine dell’iperprescrizione di antibiotici, spesso errati, probabilmente ve ne andreste dall’ambulatorio dopo che vi è stato detto di prendere un farmaco del quale non avete bisogno.
Gli antibiotici non funzionano contro i virus, e quindi sono inutili contro raffreddore ed influenza. Sfortunatamente sono largamente iperprescritti per questo scopo. Se avete raffreddore o influenza ricordate che, a meno che non abbiate una grave polmonite batterica secondaria, un antibiotico vi farà probabilmente più male che bene; ogni volta che ne usate uno state aumentando la vostra suscettibilità a sviluppare infezioni resistenti a quel farmaco – e potreste diventare portatori di germi resistenti, contribuendo alla loro diffusione.
La prima cosa che dovreste fare quando sentite che state per contrarre influenza o raffreddore è evitare ogni tipo di zuccheri, dolcificanti artificiali e cibi confezionati. Lo zucchero è particolarmente dannoso per il sistema immunitario – che ha invece bisogno di essere stimolato e non soppresso per combattere l’infezione emergente. Questo comprende dunque il fruttosio dai succhi di frutta e tutti i tipi di cereali (che vengano metabolizzati a glucosio nell’organismo).
Idealmente dovreste modificare dieta, sonno, esercizio e problemi di stress nel momento stesso in cui iniziate a sentire l’infezione che si sviluppa. Dormire molto e bene sarà cruciale al recupero: in questo modo il sistema immunitario sarà più efficace. Oltre a questo, la ricerca è abbastanza chiara sul fatto che più alti sono i livelli di vitamina D, minore è il rischio di contrarre raffreddore, influenza e altre infezioni del tratto respiratorio. Credo fermamente che potreste evitare completamente raffreddore e influenza mantenendo ottimali i vostri livelli di vitamina D (4) .
4. Colesterolo
Molti medici non sanno che una dieta ricca di grassi non è causa di patologia cardiaca. Vengono ingannati a credere che il colesterolo totale sia un indicatore preciso dello stato di salute del cuore. Se visitate il vostro medico e avete il colesterolo alto vi verranno probabilmente dette due cose:
1. Assumete un farmaco che abbassa il colesterolo, cioè una statina
2. Non mangiate grassi saturi.
Le statine abbassano davvero il colesterolo e in modo efficace, ma questo non è il vero colpevole della malattia del cuore. Oltre a questo, una ricerca del MIT afferma che nessuno studio ha mai dimostrato che questi farmaci migliorino la mortalità in generale – in altre parole non allungano la vostra vita più di quanto farebbe il non prenderle del tutto. Più che migliorare la vostra vita, di fatto contribuiscono al suo peggioramento, distruggendo i muscoli e danneggiando la funzionalità del fegato, dei reni e pure del cuore. Il miglior modo per ottimizzare i livelli di colesterolo e la salute del vostro cuore ha a che fare con lo stile di vita, cioè mangiando grassi salutari, evitando quelli pieni di omega-6 tossici.
5. Depressione
Ancora, è probabile che lasciate l’ambulatorio con la prescrizione per un farmaco più pericoloso del problema che dovrebbe risolvere. Ogni anno vengono firmate 230 milioni di prescrizioni per antidepressivi, e questo fa di essi una delle classi di farmaci più prescritte negli Stati Uniti. L’industria psichiatrica in sé vale 330 miliardi di dollari, non male per un affare che offre poco nel senso delle cure.
A dispetto di tutte queste prescrizioni, più di un americano su venti è depresso. Di questi americani depressi, l’80% dichiara di avere qualche tipo di handicap funzionale e il 27% dice che tale condizione rende estremamente difficile affrontare le attività di tutti i giorni, il lavoro e i rapporti con gli altri.
L’uso di farmaci antidepressivi – la risposta della medicina alla depressione – è raddoppiato in dieci anni passando da 13,3 milioni nel 1996 a 27 milioni nel 2005.
Se questi farmaci sono così largamente prescritti, perché così tanta gente si sente tanto a terra?
Perché non funzionano sulle cause.
La ricerca ha confermato che i farmaci antidepressivi non sono più efficaci di una compressa di zucchero. Alcuni studi hanno addirittura evidenziato come le compresse di zucchero possono produrre addirittura risultati migliori. Personalmente, ritengo che la ragione di questa scoperta sia che entrambe le pillole funzionano tramite l’effetto placebo ma le compresse di zucchero non hanno gli stessi effetti collaterali.
Molte persone dimenticano che l’uso di antidepressivi porta con sé molti effetti collaterali, alcuni di essi mortali. Circa 750.000 persone negli Stati Uniti tentano il suicidio ogni anno, e di queste 30.000 ci riescono. Assumere un farmaco che probabilmente non risolverà la vostra condizione e può di fatto aumentare il rischio di uccidervi da soli non suona davvero come una buona idea. Inoltre, dato che la maggior parte del trattamento è focalizzata sui farmaci, molti rimedi naturali e sicuri che funzionano davvero – come l’esercizio fisico, la Emotional Freedom Technique (EFT), la vitamina D e una dieta opportuna – vengono completamente ignorati.
6. Ipertensione
La definizione di ipertensione è stata ampiamente allargata nel 2003, in modo tale da far vendere alle case farmaceutiche le loro molecole piene di effetti collaterali ad altri 45 milioni di persone. Poiché il comitato nazionale sulla prevenzione, valutazione e trattamento dell’ipertensione (con il suo carico di conflitto di interessi) ha deciso che quelli che erano valori relativamente bassi di pressione arteriosa sono ora a rischio per la salute del cuore, milioni di persone in più ogni anno sono ora etichettate come anormali e meritevoli di “trattamento” per una patologia che non esisteva nella letteratura medica prima che il comitato stesso si riunisse.
L’ipertensione incontrollata è un vero rischio per la salute e può portare a patologia cardiaca e ad un aumento del rischio di infarto. La buona notizia è che seguire una dieta sana, fare esercizio fisico e ridurre lo stress è sufficiente a normalizzare la pressione nella maggior parte delle persone.
7. PSA per il carcinoma prostatico
Questi test dicono davvero poco, e un irrilevante risultato positivo porterà probabilmente ad una biopsia che porta con sé rischio di infezioni. Il test del PSA analizza il vostro sangue alla ricerca dell’antigene specifico prostatico, una sostanza prodotta dalla prostata. Quando vengono rilevati livelli oltre la norma di PSA si inizia a sospettare il cancro. Tuttavia, lo screening del PSA praticamente non ha impatto sul tasso di mortalità per carcinoma prostatico. Come risultato di questo, la task force per i servizi preventivi americana raccomanderà a breve che gli uomini non vengano sottoposti a screening per il carcinoma prostatico.
Ad oggi, molti esperti concordano sul fatto che il test del PSA sia inaffidabile nel migliore dei casi e inutile nel peggiore per avere una diagnosi precisa del cancro alla prostata. Molti concordano inoltre che test del PSA di routine portano spesso a diagnosi inutili di carcinoma prostatico, con conseguenti trattamenti inutili. Il tasso di falsi positivi è alto, come pure il danno dai trattamenti inutili che ne conseguono.
La dieta è di fatto un fattore che può avere grande impatto sulla salute della prostata e può aiutare a prevenire il rigonfiamento prostatico e il cancro, ma molti medici non lo sottolineano.
Dovreste mangiare quanto più cibo biologico (e preferibilmente grezzo) riuscite e inserire nella dieta erbe e spezie fresche, come lo zenzero. Limitate i carboidrati e gli zuccheri per mantenere livelli ottimali di insulina, questo per ridurre in generale il rischio di cancro.
8. Consigli alimentari inappropriati
La maggior parte dei medici non ha idea di cosa costituisca una dieta sana. Detto questo, vi raccomanderanno catastrofi per la salute come dolcificanti artificiali, oli vegetali al posto del burro, e derivati del latte pastorizzati. Molti non vi diranno poi cosa potreste mangiare di più per ottimizzare la vostra salute, tipo vegetali fermentati, derivati del latte crudo, grassi salutari e via dicendo.
Inoltre, la maggior parte è ignorante sull’importanza del metodo di cottura: la maggior parte dei cibi andrebbe consumata cruda o solo poco cotta, e questo comprende le proteine animali come le uova e la carne. Una discussione sulla qualità del cibo è essenziale per la salute (ad esempio prendere la carne da un piccolo produttore locale) ma non la sentirete mai dal vostro medico di famiglia. Vi chiedete come mangiare in modo sano? Leggete la mia guida (5).
9. I farmaci sotto prescrizione possono uccidervi e non curano neanche le vere cause
Un farmaco prescritto di solito è un cerotto che non si avvicina neanche lontanamente all’origine della malattia. E molti farmaci sono pericolosi. Un’analisi dell’anno scorso sui dati del U.S. Centers for Disease Control ha evidenziato come negli Stati Uniti le morti per farmaci correttamente prescritti ora superano quelle per incidenti stradali. E quando sommate a questo le morti attribuibili ad altri aspetti delle cure mediche, come le ospedalizzazioni e la chirurgia, il sistema sanitario nazionale moderno diventa la principale causa di morte negli Stati Uniti.
Redatto in due parti da Gary Null, Carolyn Dean, Martin Feldman, Debora Rasio e Dorothy Smith, l’esauriente articolo “Death by Medicine” (6) descrive in straziante dettaglio come praticamente tutto -dagli errori diagnostici, alle reazioni avverse ai farmaci, passando per interventi inutili- ha causato più danni che benefici. Era il 2003. Nel 2010, un’analisi del New England Journal of Medicine ha scoperto che, nonostante gli sforzi per migliorare la salute del paziente negli anni passati, il sistema sanitario non è cambiato praticamente per niente.
Uno dei tanti esempi, le pillole contraccettive Yaz e Yasmin, approvate dalla Food and Drug Administration, contengono una molecola chiamata drospirenone che rende le donne quasi sette volte più suscettibili a tromboembolie, cioè ostruzioni dei vasi che possono portare a trombosi venosa profonda, embolia polmonare, infarto e morte.
Perché la FDA ha approvato un farmaco pericoloso? Perché almeno quattro membri della commissione hanno lavorato per le aziende farmaceutiche o hanno ricevuto finanziamenti per la ricerca da loro. Secondo Alliance for Natural Health:
“Ognuno dei quattro membri che ha ricevuto denaro dai produttori della pillola ha votato a favore. Interessante: il comitato ha deciso che i benefici del farmaco sorpassano i rischi con un margine di soli quattro voti. Ironicamente, mentre la FDA consentiva il voto a consulenti con contatti lavorativi legati al drospirenone, escludeva Sidney M.Wolfe sulla base del fatto che suggeriva ai suoi lettori di non assumere Yaz sulla base di parecchi anni di dati.”
10. Il vostro medico potrebbe non dirvi nemmeno la verità
Un sondaggio telefonico americano ha scoperto che il 79% degli americani si fida del suo medico. Ma un recente sondaggio rivolto a 1900 medici ha rivelato che alcuni non sono sempre onesti con i loro pazienti. I risultati non sono confortanti, per dirla delicatamente:
• Un terzo dei medici non è completamente d’accordo nel discutere con i pazienti riguardo gravi errori medici.
• Un quinto non è completamente d’accordo sul fatto che i medici non dovrebbero mai dire cose non vere ai pazienti.
• Sorprendentemente, il 40% crede di dover nascondere i loro rapporti finanziari con le aziende farmaceutiche ai loro pazienti.
• Il 10% dichiara di aver detto qualcosa di non vero ai propri pazienti nell’ultimo anno.
Quando si tratta di fare decisioni sulla salute, dovreste certamente ottenere il consiglio del vostro medico – dopotutto lo pagate per quello. Se tutto va bene avete scelto un professionista della salute che ha una filosofia simile alla vostra riguardo lo stare bene. Ma ricordate che in queste decisioni dovete essere voi i vostri rappresentanti; è importante domandare sempre prima di scegliere esami, procedure o trattamento ed è vostra scelta se prendere la via della medicina o quella della natura.
In definitiva, più prendete seriamente la vostra salute – nel senso di coltivare il vostro corpo alla prevenzione delle malattie – meno avrete bisogno di contare sul “disservizio” sanitario che negli Stati Uniti viene fatto passare come servizio sanitario (7). Se seguirete semplici principi basilari – fare esercizio, mangiare cibo sano, dormire a sufficienza, esporsi al sole, ridurre lo stress, curare le relazioni personali – ridurrete drasticamente i vostri bisogni di cure mediche convenzionali, che è già abbastanza per ridurre le vostre probabilità di subire effetti collaterali.
Ma nel caso aveste bisogno di cure mediche, cercare un professionista che vi aiuti nel dirigervi verso un completo benessere scoprendo e capendo le cause nascoste dei vostri problemi di salute – creando un piano terapeutico personalizzato e completo su misura per voi.
Joseph Mercola
Fonte: http://lewrockwell.com
Link: http://lewrockwell.com/mercola/mercola212.html
26.07.2012
venerdì 11 gennaio 2013
LA RIVOLUZIONE... IN POCHE PAROLE
Che cosa evoca oggi la parola rivoluzione? Che cos’é oggi rivoluzionario? Viviamo in una sorta di mondo alla rovescia, dove l’illecito é diventato normale, dove i politici fanno spettacolo e gli attori, i cantanti, i comici, si occupano di politica. Dove i diritti vengono scambiati per favori. Dove la cultura é giudicata superflua e dispendiosa, praticamente inutile. Dove chi dovrebbe dare il buon esempio si vanta delle sue malefatte e giudica stupido chi si ostina a credere nella legalitá, e lo discredita, lo calunnia, lo annienta.
E la parola rivoluzione assume un significato piú profondo, che riguarda anche il comportamento di ognuno di noi. Provo a fare un elenco di quello che per me oggi é rivoluzionario. Rivoluzionaria é la sobrietá, l’educazione, la cultura, l’arte, rivoluzionario é il diritto alla scuola, al lavoro, alla salute, rivoluzionario é l’accesso alla conoscenza, rivoluzionario é il rifiuto della volgaritá, anche quella dilagante dell’ostentazione del lusso, rivoluzionario é il rifiuto della violenza, anche quella verbale, rivoluzionario é dire a chi cerca di corromperti: “No, grazie”. Rivoluzionario é l’approfondimento contro la superficialitá, rivoluzionario é insegnare ai propri figli il rispetto di tutte le diversitá, l’accoglienza, la compassione, la fratellanza, la capacitá e la volontá di provare a condividere il dolore degli altri, rivoluzionario é combattere il pregiudizio, rivoluzionaria é la ricerca della bellezza, rivoluzionario é spegnere la televisione e dedicarsi ai propri cari, coltivare delle passioni, continuare a giocare, rivoluzionario é il sorriso, la gentilezza, l’umiltá, il saper ridere di noi stessi e delle nostre miserie, rivoluzionaria é la semplicitá, il godere di un buon cibo, di un buon vino, rivoluzionario é divertirsi ballando fino alle quattro del mattino senza additivi chimici, rivoluzionario é guardarsi allo specchio senza vergognarsi di ció che vediamo riflesso, rivoluzionario é non sentirsi al centro dell’universo e guardare altro oltre noi stessi, rivoluzionario é fare bene il proprio lavoro qualsiasi esso sia, rivoluzionaria é l’onestá, rivoluzionario é il coraggio delle proprie idee, rivoluzionario é chiedersi sempre che cosa si nasconda dietro le notizie dell’informazione ufficiale, non smettere mai di cercare, ragionare con la propria testa e porsi sempre delle domande, rivoluzionario é non piegare la testa di fronte ai potenti, chiunque essi siano. Rivoluzionario é schierarsi sempre dalla parte degli ultimi, chiunque essi siano.
Rivoluzionaria é la curiositá, la libertá di pensiero, rivoluzionaria é la coerenza, la gratitudine, la capacitá di chiedere scusa, rivoluzionaria é la dignitá, il perdono, il rispetto, rivoluzionaria é l’indignazione per l’ingiustizia ovunque si verifichi e avere il coraggio di gridarla, rivoluzionario é combattere l’aviditá che é il piú pericoloso dei mali, rivoluzionario é dare un senso alla propria vita ricercando il diritto alla felicitá ma avendo la consapevolezza che questo non passa solo attraverso il denaro. Rivoluzionario é fare ognuno il proprio dovere di cittadino ricercando sempre la veritá, che é la piú grande delle rivoluzioni.
fonte: http://www.ambasciatateatrale.com/
lunedì 31 dicembre 2012
BIO FUELS...
Una delle più grandi truffe ambientali giocate ai danni della Terra e dei poveri della Terra dal capitalismo in questi decenni è quella dei biocombustibili.
Sponsorizzati dallo stesso protocollo di Kyoto per ridurre le emissioni di CO2 nell'atmosfera, ed utilizzati essenzialmente per la sostituzione totale o parziale di benzina e gasolio nei motori delle automobili (specie in Sudamerica e soprattutto in Brasile), in realtà essi producono molto più danni che vantaggi.
Innanzitutto, quello che non si dice è che per produrre biocombustibili, in molte parti del mondo si procede alla deforestazione. Appunto in Brasile, dal 2000 al 2007, più di 154.312 chilometri quadrati di foresta sono andati perduti: un'area pari alla superficie della Grecia. E gran parte di ciò è avvenuto per fare spazio proprio a coltivazioni di biocarburanti.
Dal 1990 l'Indonesia ha distrutto 28 milioni di ettari di foresta pluviale per far posto a piantagioni di palma da olio anche per produrre biodiesel. In Colombia il Ministero dell'Agricoltura viene ormai chiamato ironicamente «ministero della palmicultura» per l'appoggio che fornisce all'espansione delle coltivazioni di palma da olio.
Il risultato è un saldo decisamente negativo per quanto riguarda l'emissione di CO2 a livello terracqueo, oltre che di ovvia e straziante perdita di biodiversità.
A questo dato che possiamo definire "terrificante", si aggiungono altre considerazioni.
I biocombustibili, nella presunta convinzione (non supportata scientificamente) che facciano diminuire le emissioni, godono di forti sovvenzioni, di cui beneficiano ovviamente i produttori. Questo stimolo ha fatto sì che immense estensioni di territorio agricolo che prima erano soggette ad altre colture e ad avvicendamento delle colture, ora siano assoggettate a monocolture, con eliminazione dell'avvicendamento.
Nel 2006 gli Stati Uniti hanno utilizzato ben il 20% del loro raccolto di mais per produrre cinque miliardi di galloni di etanolo (che non sostituisce peraltro la benzina, ma viene aggiunto ad essa), da soli sufficienti a sostituire appena l'1% del consumo di petrolio.
Altri effetti negativi indotti in compenso sono: che i suoli si impoveriscono, destinati come sono solo alla monocoltura e senza rotazioni; che riducendo le coltivazioni per scopi alimentari, i prezzi delle derrate alimentari aumentano; che spesso i contadini (soprattutto in Oriente e Sudamerica) vengono espropriati delle loro terre per fare spazio a queste coltivazioni. E comunque introduciamo qui en passant, anche se fuori moda ormai, il discorso di carattere etico che coltivare per muovere le automobili appare quanto meno immorale.
Ma allora se per quanto riguarda i biocombustibili esistono solo contro e non pro, perché spingerli in tutti i modi? "Non sarà che dietro il discorso ci stanno grosse motivazioni di carattere economico che spingono in tal senso?" domanderete voi. Esatto! Dietro l'immenso affare dei biocombustibili ci stanno le multinazionali dei semi, e del loro commercio, Monsanto, Dupont, Cargill, Sygenta, sopra tutte.
In estrema sintesi, per soddisfare gli appetiti delle multinazionali del cibo (spesso Ogm, tra l'altro), si alimenta l'effetto serra, si impoveriscono i suoli, si abbattono porzioni di foreste equatoriali, si danneggia la biodiversità, aumentano i prezzi delle derrate alimentari di base, si impoveriscono le popolazioni rurali del mondo.
Il paradosso è talmente grave ed evidente che la stessa Onu nel 2007 definì i biocarburanti "un crimine contro l'umanità".
E l'Italia? Non sta certo alla finestra. Corrado Clini, ancora per poco Ministro dell'Ambiente, è "chairman della Global Bioenergy Partnership), un'iniziativa del Gruppo G8 + 5 per la promozione della produzione e degli usi sostenibili delle bioenergie, alla quale partecipano 18 paesi." (una lobby di altissimo livello pro bio-fuel, NDR) Complimenti, signor Ministro!
(Per chi ne ha voglia: guardate il CV di Clini: dove insegna come professore onorario, quali convegni ed eventi da lui organizzati mette in risalto, e con quali organizzazioni. Provate a fare un rapido confronto con i brevi CV degli appartenenti al Club di Roma/Madrid che potete trovare nella seconda parte del nostro dossier sui club mondialisti. Notate qualcosa? NDR)
Per chi volesse approfondire il tema dei biocombustibili, consiglio il libro di Vandana Shiva, "Ritorno alla terra", Fazi Editore.
Articolo di Fabio Balocco
Fonte:http://www.ilfattoquotidiano.it/2012/12/16/biocombustibili-menzogne-e-volute-omissioni/447553/
mercoledì 26 dicembre 2012
ECCO COME SI "SUICIDA" UN TENENTE DEI CARABINIERI
Il 28 ottobre del 2010 l’ANSA dirama la notizia del suicidio di un tenente dei carabinieri. Un suicidio strano, uno di quelli che, fin da piccolo, mi facevano montare una rabbia incontenibile, che mi facevano voglia di urlare la stupidità di chi legge i giornali, che mi facevano paura non tanto per l’evento in sé, quanto per l’indifferenza da cui era accolta la notizia anche nell’ambiente in cui la persona uccisa viveva.
Le stranezze di questo omicidio sono infatti molte.
La prima è che Claudia Racciatti, questo il nome della donna tenente “suicidata” in caserma, era un po’ la testimonial dell’Arma dei Carabinieri: era comparsa nel calendario ufficiale stampato dall’Arma e in alcune pubblicità. Non si tratta quindi di una morte qualunque, ma di una morte che dovrebbe destare maggiore interesse, curiosità e sospetto.
La seconda stranezza è che la donna si sarebbe suicidata proprio in caserma. Uno strano posto per suicidarsi; in genere chi si uccide lo fa in luoghi isolati, lontano dalla folla, quando la disperazione giunge al culmine, non quando è in mezzo a colleghi, amici, e conoscenti. Vero è che di suicidi in caserma, tra polizia e carabinieri, ce ne sono una marea; ma è altrettanto vero che, appunto, in genere non si tratta di suicidi.
La terza stranezza è che la donna si sarebbe suicidata con due colleghi nella stanza che erano lì per interrogarla su alcuni ammanchi per i quali era stata a lei la responsabilità. In altre parole la donna avrebbe preso una pistola in presenza di questi due colleghi e si sarebbe sparata, senza che costoro abbiano fatto in tempo a fermarla. La cosa è certamente possibile (se la pistola aveva già il colpo in canna, la donna potrebbe aver approfittato di una momentanea distrazione dei colleghi e aver fatto in tempo a spararsi), ma abbastanza improbabile.
La quarta stranezza è il motivo del suicidio. Pare infatti – questa è la stronzata riferita dai giornali (chiedo scusa per il termine, ma utilizzare termini normali e politicamente corretti a fronte di queste assurdità è ridicolo, non ci sono altri modi per definire come l’informazione ufficiale tratta questi argomenti) – che la donna avesse rubato qualcosa ai colleghi e stesse per essere accusata di furto. La motivazione non sta in piedi per tanti motivi: perché chi è veramente un ladro non si suicida appena la cosa sta per essere resa nota ma casomai tenta di difendersi, di giustificarsi, ma certamente non si toglie la vita. Chiunque sappia poi come vanno davvero le cose all’interno della polizia e dei carabinieri sa che in linea di massima vengono puniti solo quelli che fanno il loro dovere, che per minime manchevolezze vengono trasferiti, cambiati di mansione, subiscono procedimenti o altro; ma chi ruba, chi commette atti gravi, in genere rimane impunito (l’esempio più eclatante in tal senso è quello della banda della Uno bianca, che terrorizzò l’Emilia Romagna per anni; era evidente a chiunque fosse un esperto di armi e strategie militari che si trattava di azioni commesse da personale addestrato militarmente, ma i componenti della banda furono coperti per anni ad alti livelli; il poliziotto che indagò su di loro e incastrò i fratelli Savi invece venne trasferito per punizione. Altro esempio eclatante è il caso del generale dei carabinieri Ganzer, processato per traffico di droga mentre continuava a rimanere al suo posto; o il caso del generale dell’esercito Marchetti, che uccise la figlia Sonia ma nessuno mosse un dito per prendere il benchè minimo provvedimento nonostante le documentate denunce della moglie Milica Cupic; in compenso in questi anni ho conosciuto poliziotti e carabinieri trasferiti o puniti per aver omesso una firma su un verbale o per una banale dimenticanza in un incombenza d’ufficio).
Ad ogni modo è assurdo che quando qualcuno si suicida i giornali tirino spesso fuori questa ridicola teoria del furto; anche nel caso del suicidio di un altro carabiniere (il comandante di stazione Angelo Simone, suicidatosi dopo aver ucciso il commilitone Angelo Nella a giugno di quest'anno) i giornali hanno ipotizzato che l’omicidio-suicidio fosse avvenuto perché il comandante era preoccupato a causa di un accusa di furto di carburante (sic!). Altra tragedia in caserma, altro suicidio. Altro disinteresse. Altro silenzio.
La cosa curiosa è che Claudia Racciatti compariva in una foto del calendario proprio nel mese di ottobre.
Un’altra stranezza sta poi non tanto nel suicidio in sé, quanto nell’atteggiamento dei media. Quotidiani e TG sempre pronti ad interessarsi della nuova camicia indossata da Michele Misseri per dire l’ultima idiozia a cui non crede nessuno, nemmeno lui stesso, e per indagare sul numero di amanti di Salvatore Parolisi, o sul nome dei siti porno che era solito guardare, si disinteressano a questa vicenda come se non interessasse nessuno; nessuna domanda ai due colleghi che erano nella stanza di Claudia Racciatti; nessuna domanda sui motivi reali del suicidio, nessuna notizia, niente di niente. Solo qualche trafiletto delirante sull’Ansa, come quello in cui si dice “il tragico episodio comunque non è avvenuto davanti ad un battaglione” e qualche articolo di giornale.
Mi sono sempre domandato il motivo di questa morte. Perché si può uccidere una persona in una caserma? Quale può essere il motivo?
Che fosse un omicidio rituale lo capivo dalle iniziali del nome, con l’acronimo CR che rappresenta una delle firme dei Rosacroce, dalla data e da altri particolari. Ma la mia domanda era il perché. Un omicidio rituale indica un rito; ma un rito deve finalizzato a qualcosa e allora la domanda è: a cosa serve questo rito? Mi sono portato appresso questa domanda per diversi anni finché in un libro di Dion Fortune ho trovato la risposta. Prima di fornirla ai lettori voglio però spiegare chi sia Dion Fortune per chi non la conosce.
Dion Fortune è una delle esoteriste più famose al mondo. Insieme a Aleister Crowley, Israel Regardie e Arthur Edgar Waite, è l’esoterista che ha maggiormente contribuito alla diffusione dell’esoterismo anche tra coloro che non sono “iniziati” ad una confraternita segreta. Chiunque decidesse di studiare da solo l’esoterismo (come il sottoscritto ad esempio) finisce per perdersi in un caos di volumi incomprensibili e apparentemente senza alcuna logica. Lei invece fornisce in alcuni volumi (in particolare “Magia applicata”, “La dottrina cosmica” e “La battagli magica d’Inghilterra”) le basi dell’esoterismo comprensibili anche a non iniziati. Inoltre, la studiosa ha fatto anche un’altra cosa molto importante: nei suoi romanzi ha inserito molti dei concetti che non si possono trasmettere oralmente o per iscritto. In altre parole, per evitare l’accusa di tradimento, con le conseguenze che essa porta, ha inserito nei suoi romanzi a contenuto esoterico molti segreti altrimenti intrasmissibili, e ha fornito importanti indicazioni sul modus operandi delle società segrete.
Ho potuto così trovare una conferma a molte tesi che finora avevo solo intuito o che mi erano state fornite oralmente (ad esempio quella relativa alla legge del contrappasso, che in un suo romanzo è spiegato in modo chiaro).
In particolare la Fortune fornisce una chiave di lettura per alcuni omicidi inspiegabili, come questo di Claudia Racciatti.
Ora, occorre considerare che la Fortune non era solo un’iniziata e una maga, fondatrice di una sua confraternita tuttora operante, ma era transitata per la Golden Dawn, per l’Ordine della Rosa Rossa, e per diverse altre società segrete. E’ quindi una persona che quel mondo lo conosceva bene.
Secondo l’autrice, per ogni evento importante che accade nella storia, occorre un sacrificio umano, di una o più persone.
Per la costruzione di un tempio, devono essere sacrificate una o più vite umane. Per la costruzione di una città, di un palazzo, per far nascere una nuova associazione, organizzazione, per promuovere un evento, occorre un sacrificio.
La vittima deve avere delle caratteristiche che richiamano – nel nome, nella professione, o nella sua vita personale, o nell’aspetto – le particolarità dell’evento che si vuole propiziare.
Per capire il motivo per cui è stata uccisa la donna tenente, quindi, bisogna vedere cosa succede in quel periodo nell’Arma dei Carabinieri.
Nel 2010 l’Arma dei Carabinieri è in una fase delicata perché è da poco nata Eurogendfor, la nuova super polizia europea, che porterà allo smantellamento dell’Arma, destinata ad essere soppressa per confluire nella nuova struttura.
Il trattato di Velsen, con cui nasce Eurogendfor, è dell’ottobre 2007 e viene ratificato in Italia a maggio del 2010. E’ proprio dal 2010, quindi, che la nascita della nuova superpolizia – la cui base è a Vicenza – viene ufficializzata e diventa sempre più operativa.
L’uccisione del tenente Claudia Racciatti costituisce quindi un sacrificio per propiziare la nascita della nuova struttura e ritualizzare la fine dell’Arma dei Carabinieri.
Nessuno meglio di lei era idonea a rappresentare l'arma dei carabinieri, dato che col suo bel volto aveva fatto da testimonial all'arma.
Siccome spesso i sacrifici richiesti per un’operazione su larga scala non sono unici, ritengo rientrino nello stesso schema altri suicidi strani. Ad esempio il suicidio di un carabiniere di 43 anni che si uccide a Viterbo, il 14 maggio 2010, nel quartiere Santa Barbara. Non solo Santa Barbara è la protettrice dei militari, ma guarda caso il 14 maggio è anche la data in cui viene promulgata la legge che ratifica il trattato di Velsen.
Anche questo quindi deve essere un rito, per accompagnare la legge con cui è promulgata la legge che sancisce in via definitiva la fine dell'arma dei carabinieri.
In fondo, la fine dell'arma dei Carabinieri, e la nascita di un nuova struttura, sono eventi storici, di quelli che lasciano il segno nella storia di una nazione come la nostra, e i sacrifici devono essere tanti. Il sangue versato deve essere molto. Chissà quindi quante sono le morti da collegare alla nascita di Eurogendfor e alla soppressione dei Carabinieri.
E chissà, forse collegata a questa pista è la strage di Porto Viro, in provincia di Rovigo, avvenuta sempre nel mese di ottobre, ma di quest’anno. Ancora una volta una strage, in una caserma dei carabinieri, in cui muoiono tre persone: due carabinieri e la moglie del comandante della stazione. Manco a dirlo, l’assassino dopo la strage si è suicidato: il modo migliore per archiviare tutto e non fare alcuna indagine, per mettere tutto a tacere, e continuare ad occuparsi di Michele Misseri, del falso duello Bersani-Renzi, e per far finta che la realtà sia quella che raccontano i giornali, mentre noi, che vediamo delitti rituali ovunque, siamo un filino paranoici. In fondo, che ci sarà mai di strano in tutti questi carabinieri che si suicidano?
A coloro che, leggendo questo articolo, penseranno che mi sia bevuto il cervello e che l'idea di uccidere una persona a fini sacrificali sia una follia, rispondo che è vero, è una follia. Un delirio. Ma occorre soffermarsi a riflettere che le persone che decidono la morte di un carabiniere a fini sacrificali, sono le stesse che decidono di muovere una guerra all'Iraq e fare un milione e mezzo di morti raccontandoci la favoletta prima della armi chimiche, e poi del petrolio di Saddam, oppure dell'attacco alla Libia per difendere le popolazioni civili dalla cattiveria di Gheddafi, e la maggior parte della gente si beve queste idiozie e si abitua a tutti questi morti; e per questi esseri, la morte di qualche carabiniere, raccontandoci poi la storiella del suicidio avvenuto per il timore di un'azione disciplinare, non conta nulla. Loro sanno perfettamente che chi crede alla storia dei dittatori cattivi Gheddafi e Saddam crederanno pure alla storia del gesto di follia, e non potranno mai credere agli omicidi rituali, nè tantomeno potranno mai capirne la ragione.
La follia di certi esseri determina la morte di milioni di persone in guerra, o di singole persone come i carabinieri che si suicidano senza apparente motivo; la follia e l'idiozia della maggior parte delle persone, che pensano di sapere tutto e aver capito tutto del mondo in cui viviamo, unito all'ignoranza dei magistrati e degli organi di PG deputati alle indagini, assicura che questi fenomeni rimangano impuniti per sempre.
Fonte: http://paolofranceschetti.blogspot.it/
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