Diciotto anni fa... mamma mia quanto tempo!
Quanto eri bello... quanto eravamo belli e giovani!
Quel giorno pieno di sole
Io in bicicletta con la mia amica
Tu in macchina con i tuoi amici
Quella faccia tosta che hai sfoderato quando mi hai fatto il gavettone dall'auto in corsa
Quando mi hai chiesto:"scusa ci possiamo conoscere?"
E io attratta da quegli occhi verdi e quel sorriso sfacciato sono tornata indietro per conoscere te
Te che ancora oggi mi dai lo stesso brivido che parte dalla schiena
Quel brivido che mi fa sentire qualcosa che solo tu riesci a farmi sentire
Quegli occhioni, quel sorriso che ancora oggi trovo irresistibili
Sotto quel sole mi hai seguita
Ci siamo fermati all'ombra
Mentre i tuoi amici facevano i dispetti alla mia amica
Ci siamo innamorati
Diciotto anni, non sembra vero
Diciotto anni di amore, di liti, di separazioni e ricongiungimenti, così all'improvviso
Continui a comparire nella mia vita nei momenti più impensati
Ed ogni volta la sconvolgi
Sempre allo stesso modo
Sempre con quel sorriso, con quello sguardo
E io
Sempre più innamorata
Diciotto anni
E siamo ancora qui
Ci guardiamo negli occhi e facciamo ancora pace
Ci guardiamo negli occhi e sono ancora brividi, sono ancora emozioni
Chissà tra diciotto anni
Chissà se saremo ancora noi
Chissà se un giorno sarò tua moglie, finalmente NOI!
TI AMO PIRATA DEL MIO CUORE!!
La mia finestra sul mondo... Le mie attività, la mia vita e tante idee per guadagnare...
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lunedì 11 luglio 2011
giovedì 5 maggio 2011
5 MAGGIO
Alessandro Manzoni scrisse “5 maggio 1821” dedicata alla morte di Napoleone, nei cui versi vengono ricordati gli avvenimenti più drammatici della vita del condottiero che si snodano e si intrecciano in una successione folgorante conferendo alla poesia una dimensione universale ed eterna.
dato il mortal sospiro,
Ei fu. Siccome immobile,
dato il mortal sospiro,
orba di tanto spiro,
così percossa, attonita
la terra al nunzio sta,
muta pensando all'ultima
ora dell'uom fatale;
né sa quando una simile
orma di piè mortale
la sua cruenta polvere
a calpestar verrà.
Lui folgorante in solio
vide il mio genio e tacque;
quando, con vece assidua,
cadde, risorse e giacque,
di mille voci al sònito
mista la sua non ha:
vergin di servo encomio
e di codardo oltraggio,
sorge or commosso al sùbito
sparir di tanto raggio;
e scioglie all'urna un cantico
che forse non morrà.
Dall'Alpi alle Piramidi,
dal Manzanarre al Reno,
di quel securo il fulmine
tenea dietro al baleno;
scoppiò da Scilla al Tanai,
dall'uno all'altro mar.
Fu vera gloria? Ai posteri
l'ardua sentenza: nui
chiniam la fronte al Massimo
Fattor, che volle in lui
del creator suo spirito
più vasta orma stampar.
La procellosa e trepida
gioia d'un gran disegno,
l'ansia d'un cor che indocile
serve, pensando al regno;
e il giunge, e tiene un premio
ch'era follia sperar;
tutto ei provò: la gloria
maggior dopo il periglio,
la fuga e la vittoria,
la reggia e il tristo esiglio;
due volte nella polvere,
due volte sull'altar.
Ei si nomò: due secoli,
l'un contro l'altro armato,
sommessi a lui si volsero,
come aspettando il fato;
ei fè silenzio, ed arbitro
s'assise in mezzo a lor.
E sparve, e i dì nell'ozio
chiuse in sì breve sponda,
segno d'immensa invidia
e di pietà profonda,
d'inestinguibil odio
e d'indomato amor.
Come sul capo al naufrago
l'onda s'avvolve e pesa,
l'onda su cui del misero,
alta pur dianzi e tesa,
scorrea la vista a scernere
prode remote invan;
tal su quell'alma il cumulo
delle memorie scese.
Oh quante volte ai posteri
narrar se stesso imprese,
e sull'eterne pagine
cadde la stanca man!
Oh quante volte, al tacito
morir d'un giorno inerte,
chinati i rai fulminei,
le braccia al sen conserte,
stette, e dei dì che furono
l'assalse il sovvenir!
E ripensò le mobili
tende, e i percossi valli,
e il lampo dè manipoli,
e l'onda dei cavalli,
e il concitato imperio
e il celere ubbidir.
Ahi! Forse a tanto strazio
cadde lo spirto anelo,
e disperò; ma valida
venne una man dal cielo,
e in più spirabil aere
pietosa il trasportò;
e l'avviò, pei floridi
sentier della speranza,
ai campi eterni, al premio
che i desideri avanza,
dov'è silenzio e tenebre
la gloria che passò.
Bella Immortal! Benefica
Fede ai trionfi avvezza!
Scrivi ancor questo, allegrati;
ché più superba altezza
al disonor del Gòlgota
giammai non si chinò.
Tu dalle stanche ceneri
sperdi ogni ria parola:
il Dio che atterra e suscita,
che affanna e che consola,
sulla deserta coltrice
accanto a lui posò.
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